"Via da Kabul? Rischiamo una figuraccia"

Roma - Chi invoca il ritiro dall’Afghanistan anche e proprio adesso «non è una persona seria», liquida Antonio Martino sollecitando a non dare dell’Italia l’immagine di «un Paese da operetta». Non se la prende più di tanto, l’ex ministro della Difesa, per le polemiche che s’aprono a sinistra, anzi le snobba e non si scalda minimamente per far venire il governo in Parlamento, vista la qualità «di quel che dice». Conosce la materia e il campo: poiché i rapiti appartengono ai servizi segreti, vede come più probabile un sequestro per danaro, che la banda cercherà di ottenere dal maggiore offerente. In ogni caso, riafferma Martino, «sarebbe un disastro» per la nostra stessa sicurezza, andarsene dall’Afghanistan.

Le prime notizie sono contraddittorie, chi li vuole in mano ai talebani e chi in quelle di una tribù affamata di soldi.
«Che i talebani smentiscano, non vuol dire necessariamente che non c’entrino, così come è certamente plausibile ipotizzare anche il sequestro per denaro: quello sfortunato Paese non ha soltanto a che fare coi talebani e con quelli di Al Qaida, deve vedersela pure con la delinquenza comune, e spesso le cose si intrecciano».

Quale delle due ipotesi la convince di più?
«Al momento non ne scarterei nessuna delle due. Ma se dovessi scegliere, direi che all’origine del sequestro c’è un fatto di criminalità comune».

Anche perché essendo dell’intelligence, si presume che col nemico sappiano muoversi meglio dei giornalisti...
«Appunto, le cose dovrebbero saperle: è il loro dovere, sapere».

Domanda obbligata, visto il contesto: questo rapimento giustifica un ripensamento della nostra missione in Afghanistan?
«No. La nostra missione in Afghanistan è assolutamente essenziale, e non credo che ogni volta che succede qualcosa si debba ricominciare a rimestare l’acqua discutendo se restiamo, non restiamo, ce ne andiamo: perché facciamo davvero la figura di un Paese da operetta».

Però il Pdci, per voce autorevole del segretario Oliviero Diliberto, ha già proposto di andarcene dall’Afghanistan.
«A sinistra faranno la gara a chi la spara più grossa, ma questi chiederebbero il ritiro del nostro contingente anche se il tempo è brutto. Non bisogna prenderli sul serio, non sono persone serie».

Il nostro governo si sta muovendo bene?
«Il nostro governo in Afghanistan è arrivato tardi a prendere una decisione sensata. È arrivato tardi, ed è questa la ragione per cui noi al Senato non votammo il rifinanziamento delle missioni: avevamo fondati motivi per ritenere che ai nostri soldati in Afghanistan non fosse stata fornita tutta l’attrezzatura e i mezzi necessari per garantirne la sicurezza. Poi, dopo, qualcosa è stato fatto. Che cosa esattamente sia stato fatto, però non so: perché sfortunatamente non sono più ministro della Difesa».

Perché dei nostri in Afghanistan, ci si ricorda solo in momenti come questo?
«Eppure non bisognerebbe mai dimenticare l’importanza di questa missione, perché Afghanistan e Irak sono la frontiera, la prima linea del contrasto al terrorismo. È lì che le forze del terrorismo jihadista sperano di sfondare facendo affidamento, purtroppo non senza motivo, sui tentennamenti dell’Occidente. Sperano che le titubanze, specialmente europee ma forse anche americane addirittura, ci portino a rinunciare dandola vinta ai terroristi».

E ciò sarebbe grave?
«Sarebbe un disastro. Solo un pazzo può ritenere che se i talebani tornano al potere in Afghanistan o se prevale il caos in Irak, la nostra sicurezza sarà garantita».

Crede anche lei necessario che il governo venga al più presto in Parlamento per riferire e dar chiarimenti su questa vicenda?
«L’opposizione chiede sempre che il governo riferisca, ed è semmai bizzarro che tale richiesta venga avanzata con maggiore urgenza dalle forze che dovrebbero sostenerlo. Ma data la qualità di quello che dice il governo in Parlamento, a me che venga o non venga, francamente non importa molto».