Kabul, la sinistra resta per non farsi male

Ogni volta che penso all’Afghanistan, che ne leggo o ne scrivo, mi torna alla mente un film straordinario, Viaggio a Kandahar, la storia di una donna che dopo la caduta dei talebani torna da un Paese lontano ove aveva trovato rifugio per rivedere la sua casa, traversando deserti asperrimi, villaggi fatti di mota e sterpi, ove gli incontri umani appaiono, anch’essi, avventure irte di pericoli. È in quella regione che, spinto dalla passione di un lavoro che chiede sempre qualche cosa di più da vedere, e da raccontare, che è stato catturato il collega Mastrogiacomo. Si è spiegato, in questi giorni, che il mestiere dell’inviato di guerra obbedisce a una logica alla quale nessuno sa sottrarsi: spingersi un chilometro, cento metri, un azzardo più in là per inviare al giornale una immagine, una informazione, un colpo d’occhio che aggiunga qualche cosa a quello che tutti hanno già raccontato.
Obbedendo a una simile spinta mi trovai, un giorno dell’ottobre 1973 con due giornalisti inglesi, buoni compagni di avventura senza essere concorrenti, all’inseguimento delle truppe di Sharon spintesi al di là del canale di Suez alle spalle dell’esercito egiziano. Per qualche ora, ci trovammo a percorrere una strada lungo il canale sulla quale sembravano concentrarsi tutte le bocche di fuoco in dotazione degli eserciti egiziani e israeliani in una battaglia risultata decisiva per le sorti della «guerra del Kippur». Capisco bene, dunque, la ragione di quel viaggio a Kandahar di Mastrogiacomo e mi auguro, con tutto il cuore, di leggerla una volta che il collega ne sarà venuto fuori.
La storia di Mastrogiacomo è piombata alla Camera durante il dibattito sull’Afghanistan, insieme alla notizia che soldati americani, inglesi, canadesi e olandesi, avevano sferrato una offensiva per cacciare i talebani dal Sud del Paese. Di colpo, quel dibattito apparve astratto, e fuori del tempo, si trascinò per alcuni giorni in più in attesa di un voto, scontato, sul finanziamento dei nostri soldati che, insieme ad altri, in quel Paese stanno anche se un pezzo di Parlamento ritiene che non dovrebbero esserci, e che essendoci dovrebbero far in modo da sembrare che non ci siano.
Fino alla notizia del sequestro di Mastrogiacomo, nel dibattito se ne erano sentite di tutti i colori. Intanto, sulla proposta di riunire attorno a un tavolo coloro che si fronteggiano in armi, americani, eserciti della Nato da una parte, talebani e Al QaIda dall’altra. E che miracolosamente, non si sa come e perché, dovrebbero cominciare a parlare di pace nel bel mezzo di una battaglia che ognuno ritiene decisiva. Il principio è quello che la pace, ma guarda un po’, è meglio della guerra. E però appariva chiaro a tutti, fuori di Montecitorio, che il momento era il meno adatto per chiedere cose senza alcun rapporto con una situazione fattasi d’improvviso drammatica.
Un altro argomento, ancora più bizzarro, riguardava l’acquisto dell’oppio che si produce in Afghanistan sottraendolo al controllo dei talebani o dei signori della droga e della guerra, che ne fanno eroina, per destinarlo alla medicina e alla terapia del dolore. Da chi, e come l’operazione sia da fare, nessuno ce lo ha spiegato.
Domande tutte irrilevanti, peraltro, essendo l’obiettivo quello di fornire ai due partiti comunisti e ai verdi un qualche pretesto per votare il decreto del governo, consentendo a Prodi e a loro stessi di restare ancora un po’ in sella. Questa posizione è stata così spiegata a Porta a Porta dalla senatrice Palermi, new entry fra i comunisti che contano: noi siamo per il ritiro dall’Afghanistan, però non vogliamo votare contro il governo perché Prodi non sarà l’ideale ma piuttosto che niente, meglio piuttosto.
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