Kabul, svolta di Petraeus: "Dialogo con i talebani"

Il generale Usa responsabile delle operazioni dopo il successo in Irak apre ai moderati di Kabul. La richiesta della Nato: "Più risorse contro il narcotraffico in Afghanistan"

Gli è andata bene in Irak e adesso il generale David Petraeus vuole fare il bis con l’Afghanistan. Aprendo alle trattative con le fazioni meno estremiste dei talebani. Una tattica simile a quella vincente dell’Irak, dove il generale ha convinto i sunniti a schierarsi contro Al Qaida. «Se ci sono persone disponibili alla riconciliazione - ha detto Petraeus - sarebbe un passo positivo in alcune aree che quest’anno stanno scivolando nell’aumento della violenza». E gli ha fatto eco il segretario alla Difesa Usa Robert Gates, precisando però che Washington non contempla negoziati che vedano coinvolta Al Qaida.

Il generale ha parlato mercoledì all’Heritage Foundation, un centro studi conservatore di Washington. Secondo Petraeus il negoziato con i talebani è possibile a patto che sia portato avanti «in totale coordinamento e con l’appoggio del governo afghano e del presidente Hamid Karzai». Il generale assumerà il 31 ottobre il comando di Centcom, che gestisce le operazioni militare all’estero nelle aree più insidiose come l’Irak e l’Afghanistan. Durante il suo intervento a Washington ha sottolineato la mossa di Karzai di coinvolgere la monarchia saudita nella mediazione.

L’apertura di Petreaus fa seguito alle dichiarazioni del generale David McKiernan, comandante della missione Nato in Afghanistan. Il generale ha rivelato che si sta studiando l’ipotesi d’armare alcune tribù pashtun nel Sud del Paese contro le fazioni talebane più estremiste o Al Qaida. In Irak, con le milizie sunnite, è stato fatto qualcosa del genere chiudendo in un angolo il nocciolo duro dei terroristi. Nel tentativo di trattativa con i talebani sono coinvolti il fratello maggiore del presidente afghano, Qayum Karzai, e l’ex premier pachistano Nawaz Sharif. Dall’altra parte del tavolo c’erano due ex pezzi grossi dei talebani, che hanno girato le spalle alla lotta armata. Wakil Ahmed Muttawakil, che è stato ministro degli Esteri dei fondamentalisti, e Abdul Salam Zaif, un tempo ambasciatore talebano in Pakistan. Ambedue hanno smentito che si trattasse di un vero e proprio colloquio di pace, ma il primo passo è stato compiuto.
Il vero obiettivo sarà dividere le fazioni meno estreme dei talebani dal nocciolo duro. Come l’ala «nazionalista» di Jalaluddin Haqqani, un leggendario comandante della guerra contro i sovietici che combatte ancora oggi. Alla Mecca c’erano anche gli ex di Gulbuddin Hekmatyar, un temibile signore della guerra afghano, che ha sempre puntato a fare il primo ministro. Un rapporto dell’intelligence americana, che finirà sul tavolo del prossimo presidente, dipinge la situazione a tinte fosche. Il governo Karzai è in difficoltà e la guerriglia si rafforza.

Dall’inizio dell’anno, i morti sono 3800. Forse è il momento della dottrina Petraeus applicata all’Afghanistan. Ieri, nella riunione dei ministri della Difesa della Nato a Budapest, è stato ribadito che l’uso della forza non può prescindere da una soluzione politica. Robert Gates ha chiesto più truppe ai Paesi dell’Est, come la Polonia che si sta ritirando dall’Irak. Il ministro della Difesa afghano, Abdel Rahim Wardak, ha fatto appello ai soldati della Nato per combattere la piaga dell’oppio che finanzia i talebani. Non tutti sono d’accordo, a cominciare dall’Italia, che vuole lasciare il delicato compito agli afghani.