Kaczynski presidente la Polonia è dei gemelli

Al ballottaggio sorpassa il liberale Tusk. Col fratello Jaroslaw aveva stravinto le legislative

Ancora una volta sul filo di lana. Ancora una volta un duello, il terzo in poche settimane, fra due partiti di destra per spartirsi le spoglie del tracollo della sinistra. Non solo la Polonia, ma pochi Paesi hanno vissuto una serie di elezioni così in una situazione altrettanto «squilibrata» e per tanti aspetti paradossale. Due destre fra cui, alla fine, hanno dovuto scegliere anche i residui elettori di sinistra, quelli che non hanno trovato più comodo rifugiarsi nell’astensione dopo il risultato per loro demoralizzante del voto legislativo. Donald Tusk il liberale contro Lech Kaczynski il conservatore. Un liberale che è anche conservatore e un conservatore che è anche liberale. Il primo abituato a partire in testa in queste ripetute corse alle urne, il secondo abituato a rimontare e alla fine, a quanto dicono gli exit poll e i primi risultati parziali, a vincere. È successo anche stavolta. Tusk, con l’appoggio della sua Piattaforma aveva un programma e una fisionomia più chiari, ma Kaczynski ha saputo offrire un «piatto» più misto con sapori allettanti un po’ per tutti: nazionalismo, anticomunismo giustizialismo, euroscetticismo, difesa dello Stato sociale. È riuscito così a conquistare nel ballottaggio sia i fondamentalisti cattolici della Lega delle Famiglie Polacche (e di Radio Maria), sia quello della nazionalpopulista Samoobrona, «Autodifesa», mentre verso Tusk parevano orientarsi gli elettori di sinistra moderata, nonostante che il suo programma economico fosse più nettamente liberista. In realtà i confini fra i due maggiori partiti sono abbastanza tenui, come è confermato dal fatto che già prima delle elezioni presidenziali avevano deciso di governare assieme. Tusk, un giovane professore di storia di formazione liberale e di convinzioni liberiste, è interamente un prodotto della Polonia postcomunista e la sua candidatura era soprattutto un progetto di rinnovamento che guarda al futuro e alle esperienze degli Stati Uniti e della Gran Bretagna oltre che, curiosamente ma non senza motivo, della piccola vicina Slovacchia, il primo fra i Paesi dell’ex Est ad aver messo in atto la «rivoluzionaria» proposta di riforma fiscale che consiste nell’abolizione della progressività dell’imposta sul reddito da sostituire con un’aliquota uguale per tutti.
Kaczynski, appena un po’ meno giovane, partiva da esperienze differenti. Egli è in gran parte il prodotto non della Polonia postcomunista bensì della lotta contro il comunismo, avendo conosciuto persecuzioni (fra cui il carcere) nei lunghi anni del regime totalitario. Forse anche per questo egli si presentava come più conservatore, più marcatamente patriottico, più vicino alle tradizioni cattoliche di Solidarnosc e di Lech Walesa, nonostante quest’ultimo, soprattutto per dissapori personali, abbia poi invitato i suoi residui fedeli a votare per Tusk. Anche Kaczynski, come Tusk, proponeva un «cambiamento», ma meno sul piano economico-sociale e di più su quello del costume: prometteva di «ripulire gli angolini» cioè portare a compimento l’epurazione dei residui comunisti, la reintroduzione in Polonia della pena di morte e un atteggiamento di condanna per atteggiamenti sessuali «devianti» come l’omosessualità.
La sua rimonta vincente, apparsa sostanziale negli ultimi giorni, è dovuta alla sua maggiore capacità di mobilitare il «nocciolo duro» dei sostenitori del partito, Legge e Giustizia, fondato assieme al fratello Jaroslaw. Vincitore delle elezioni parlamentari, quest’ultimo ha già fatto storia, prima presentandosi in tandem con Lech in un inedito «ticket» di gemelli, poi rinunciando alla carica di primo ministro, che gli spettava di diritto, per non danneggiare la campagna presidenziale di Lech con l’immagine del potere come affare di famiglia.
Le speranze di Kaczynski sono montate durante le operazioni di voto, allorché è apparso chiaro che l’affluenza alle urne era bassa, un campanello d’allarme per Tusk, che contava su un elettorato più eterogeneo e quindi meno motivato. Così quando gli exit poll lo hanno premiato con il 53,52% delle preferenze contro il 46,48% di Tusk, Kaczynski non ha voluto aspettare i risultati ufficiali di stamane. Ha ringraziato tutti quelli che, ha detto, «hanno lavorato per il mio successo» e la famiglia: «Ma prima di tutto la mamma». Un successo confermato poi dal 60% dello spoglio, che lo vedeva in vantaggio con il 55,4% dei voti