Da Kakà a Mutu, il pallone ha già i suoi forzati

Il milanista in campo 14 volte in sessanta giorni

E poi lo sport dice di voler tutelare la salute degli atleti e di vigilare sull’uso delle sostanze dopanti o sull’abuso dei farmaci in genere. Impossibile raggiungere uno solo di questi nobili obiettivi quando il ciclismo programma più gare la settimana e costruisce giri di migliaia di chilometri con altimetrie che fanno male perfino ai motori delle auto al seguito. O quando il calcio - come è esposto nella tabella - mette in calendario 16 partite in 60 giorni fra settembre e ottobre. Per non parlare della prima settimana di novembre con 3 incontri in 8 giorni fra campionato e coppe europee.
All’indomani di Italia 90, l’università di Torino affermò che a un calciatore occorrevano 72 ore per riprendersi dalla fatica e dai traumi di una partita di quell’epoca. Adesso non bastano perché il gioco s’è fatto più frenetico e contusivo. Sotto accusa i campionati a 20 squadre: non solo in Italia, ma anche in Francia, Spagna e Inghilterra, unica eccezione la Bundesliga tedesca aperta «solo» a 18 club. In Gran Bretagna ci sono addirittura due coppe. L’unica goccia di saggezza è arrivata dall’Uefa che ha eliminato il secondo girone in Champions League ripristinando l’eliminazione diretta dagli ottavi di finale e riducendo così di quattro partite il calendario. Meglio di niente.
Direte che esiste il turn-over: un’altra barzelletta. Alla faccia degli organici dilatati a dismisura e fra l’altro costosissimi, i tecnici non rinunciano ai soliti noti, i migliori, negli appuntamenti importanti. Ancelotti a Siena diede un turno di riposo a qualche campione, poi ci ha ripensato. Il futuro Pallone d’Oro Kakà giocherà così 14 volte fra settembre e ottobre, di cui una ai 2.650 metri di Bogotà nella partita pareggiata dalla Seleçao con la Colombia. Altrettanto dicasi di tanti altri come il romeno Mutu, il nostro Pirlo, l’inglese Rooney o il brasiliano Ronaldinho.
È il prezzo da pagare ai network televisivi che foraggiano per almeno 2/3 i bilanci di società e federazioni e da tempo hanno messo le mani sui calendari. Come dire di no alle tv che sono diventate i primi azionisti del calcio in tutte le parti del mondo? Eppure qualcosa si deve fare con l’intento di salvaguardare la salute degli atleti e la spettacolarità del gioco. Per cominciare basterebbe limitare i campionati a 18 squadre e disputare nelle coppe nazionali una partita secca sul campo della squadra peggio classificata nella stagione precedente.
Il calcio non può essere show-business se si gioca un giorno sì e uno pure con attori alla mercé di antinfiammatori e integratori per offrire un rendimento accettabile e mantenere l’ingaggio ad alti livelli. Un circuito chiuso, fra l’altro condizionato da agenti senza scrupoli.
I medici e i preparatori, diventati più importanti degli allenatori, faticano a imporsi di fronte a strategie abnormi che prevedono tornei più o meno amichevoli pochi giorni dopo la ripresa della preparazione. Non ci sono soldi che tengano per giustificare i forzati del pallone.