KAKUTANI La giapponese che stronca l’America

È la regina del «New York Times» ma odia i giornalisti, non si fa fotografare, predilige il «vetriolo»

da New York
Non è bella, anzi: a vederla uscire dalle porte girevoli del New York Times, sembrerebbe proprio che si sia dimenticata di pettinarsi. I capelli lunghi e ricci le scivolano sulla fronte e si aggrovigliano intorno agli orecchini, sempre vistosissimi e colorati, come specchietti per le allodole. Ma attenzione a farsi attrarre: questa donna giapponese non ha la fama di essere socievole e tanto meno di essere buona. Non sorride mai: l’ha fatto solamente quando ha vinto il premio Pulitzer per la critica letteraria, nel 1998. Poi è tornata alla sua scrivania e ha continuato a fare quel che la diverte di più: distruggere, nelle sue velenosissime recensioni, romanzieri e best seller. Michiko Kakutani è la critica letteraria più temuta d’America. Una che non ha mai avuto paura a usare aggettivi grotteschi e abominevoli per dire ciò che pensava: che un certo romanzo, una certa fiction, non era altro che carta straccia; soldi sprecati; voli pindarici di scrittori egocentrici e avviliti dalla vita.
Adesso però c’è chi ha deciso di renderle la vita difficile: Norman Mailer, definito recentemente dalla rete televisiva pubblica americana PBS «il miglior romanziere vivente», si è lanciato in un diretto attacco contro di lei, pubblicato nei giorni scorsi sulla rivista Rolling Stone. Stanco di farsi distruggere ogni romanzo, lo scrittore ottantaduenne l’ha definita una donna-kamikaze. Gettando al vento il suo solito modo di fare «politically correct», Mailer l’ha definita una donna asiatica che è stata assunta dal NYT «solo perché faceva parte di una minoranza». Una donna che «odia gli scrittori bianchi, che sono il suo target preferito».
Dichiarando che Michiko Kakutani ha sempre cercato di «farlo a pezzi», Mailer ha detto che il trucco della critica consiste nel pubblicare le sue recensioni due settimane prima della data di pubblicazione di un romanzo: «Per distruggerne le vendite e finire l’autore». Gli editor del quotidiano newyorchese, ha proseguito Mailer, hanno una grossa paura di lei perché sanno che non possono licenziarla. «E lei se ne approfitta».
Che Mailer, il quale non è mai stato un uomo moderato (accoltellò la sua seconda moglie ad un party newyorchese nel 1960 e ne sposò poi altre quattro), stia davvero esagerando? Questo un breve capoverso della critica scritta dalla Kakutani sul suo romanzo, The spooky art: «Leggere questo libro dall’inizio alla fine equivale ad un lunghissimo viaggio su un pullman, lungo una strada piena di buche, seduti accanto ad un passeggero che non smette mai di raccontare, che non dorme mai, che non si ferma nemmeno per respirare e che non ha in testa la valvola della censura».
In effetti non c’è mai stato uno dei suoi romanzi che le sia neppure lontanamente piaciuto. L’unica, magra, soddisfazione di Mailer sta nel fatto che, insieme a lui, nel girone dei dannati della Kakutani di autori famosi ce ne sono tanti. Ed effettivamente ha ragione lui: la maggioranza sono uomini, bianchi e famosi. La Kakutani mette paura. Corre voce, negli ambienti letterari newyorchesi, che alcune case editrici pianifichino addirittura l’uscita dei loro romanzi per farli coincidere con le sue vacanze e che lei, a sua volta, abbia vietato alla sua segretaria di divulgare quel segreto.
«Come licenziarla?» ha proseguito Mailer rincarando la dose. «Ha tre cose a suo favore, come rappresentante delle minoranze: è asiatica, è femminista ed è... be’, lasciamo perdere». Un chiaro riferimento alle preferenze di questa donna che non si è mai sposata. Di idiosincrasie questa donna ne ha tante: ad esempio odia farsi fotografare e ha intimato al New York Times di guardarsi bene dal distribuire anche la più banale immagine di lei a qualsiasi giornale. Per strada cammina quasi coprendosi la faccia, in un gesto a metà tra una geisha e una musulmana.
La Kakutani aveva cominciato a fare la giornalista per il Washington Post, ai tempi in cui la redazione culturale era stata schiacciata in un angolo dal nugolo di reporter di quel giornalismo investigativo che allora, visti i tempi, portava Pulitzer e copie vendute. Ma lei non si era mai mischiata con la politica della capitale. Era passata a Time magazine nel 1977, ma anche lì il suo sogno di fare a pezzettini romanzieri e autori famosi non era stato veramente apprezzato. Solo nel 1979, quando questa americana di origine giapponese era approdata alla redazione culturale del New York Times, il suo «talento» aveva preso il volo.
Nata nel paesino di New Heaven, nel Connecticut, nel 1955 la Kakutani si era laureata in letteratura inglese presso la leggendaria università di Yale: in quegli anni di letture e approfondimenti deve aver sviluppato un odio acerrimo verso chi, alla fine dei libri, scriveva The End, mettendo in copertina il proprio nome. Così si è lanciata in una caccia alle streghe, cercando di fare a pezzi giovani e vecchi autori. Sulla lista delle sue vittime è apparso il nome di John Updike, di cui lei ha praticamente distrutto Seek my face uscito nel 2002. Tra i vari commenti la Kakutani, in un crescendo di insulti, era arrivata a definirlo «senza grazia», «finto sotto tutti gli aspetti», «gratuito e stupido, scritto da una mano pigra e voyeuristica e riduttiva».
Per lei, dicono i colleghi che la temono, «i libri sono la vita e la morte». «Sì - ha ribattuto un autore che ha preferito rimanere anonimo perché ha paura di lei - la vita sua e la morte nostra». Kurt Vonnegut un giorno aveva scritto che qualsiasi critico che esprima rabbia e odio nei confronti di un romanzo è ridicolo; ma per lei, che quando esce dal New York Times, finito l’ultimo massacro, se ne torna nel suo appartamentino dove vive sola, rabbia e rancore sono l’inchiostro del calamaio. Una sola settimana dopo aver colpito al cuore le vendite di Updike era stato il turno di The eagle shadow, di Mark Hertsgaard. Poi c’era stato Autograph man, di Zadie Smith e i romanzi di tre autori, Alice Munro, Amit Chanduri e Robert Olen Butler, che aveva criticato addirittura usando le stesse parole: «Questo romanzo riduce la vita a poche pagine».
Attaccarla comunque non è facile: non concede interviste, legge tutti i giornali e sa chi sono i suoi nemici: come Jonathan Yardley, del Washington Post, il quale dopo aver saputo che la Kakutani aveva vinto il Pulitzer aveva dichiarato: «Voglio ridare indietro il mio». Anche Gore Vidal non è un suo fan: quando, durante un’intervista, lei gli aveva domandato bruscamente se odiasse gli americani, il romanziere le aveva risposto: «No, odio il New York Times. Forse lei non lo sa, ma non sono la stessa cosa».