Kalac, il Milan nelle mani del gigante che ama i cavalli

L’aussie di origine croata scalza Dida e conquista Ancelotti. Schmeichel il
suo modello, le corse australiane la sua passione. E a
Milanello chiama tutti: &quot;Ehi man...&quot;<br />

In Australia è Spider, il ragno. Per i telecronisti italiani è Crocodile. Lui a casa si rilassa facendo correre il cane e appena può pensa ai suoi otto cavalli. Presentato così, Zeljko Kalac sembra Noè nell’arca degli animali. E invece, considerando come stachiudendo a chiave la porta del Milan, rischia di passare per il nuovo San Pietro rossonero. Decisivo contro Udinese e Fiorentina, a 35 anni il gigante australiano vive il suo momento di gloria. Sorride, festeggia i successicon qualche birra edà il cinque ai compagni. E da uomo- spogliatoio diventa uomo partita.

A Milanello, questo totem ciondolante di oltre due metri è adorato da tutti anche se all’inizio faticava a ricordare i nomi di tutti: «C’era troppa gente - spiega Kalac nella chat su www.acmilan.com-, cosìhocominciato a chiamare tutti man». E ora tutti lo chiamano così. Uomo. Perché lui è uomo vero, espansivo e diretto, che lavoracomeunmatto(«In allenamento Vecchi mi spacca la schiena a forza di balzi, Pirlo mi batte sempre sulle punizionie Pato quando tira mi fa quasi paura. Mai rigori li paro tutti»)e per questo si èg uadagnato la fiducia della squadra.

La svolta a Yokohama. Non giocò, ma in allenamento Ancelotti si accorse che su di lui poteva puntare. La papera e gli infortuni di Dida hanno fatto il resto. Prima di allora, poca gloria: due presenze in Champions l’anno scorso, zero gol subiti. In autunno l’unica partita sbagliata (con il Palermo) e le prodezze contro lo Shakhtar. I tempi delle papere sono finiti. Già, perché Kalac in precedenza qualche pasticcio lo aveva combinato. Al Mondiale tedesco, contro la Croazia. E nel novembre 2006, in coppa Italia, quando contro il Brescia aveva beccato due gol ridicoli e col suo sorriso da surfista mancato si era preso ironicamente i meriti della vittoria per 4-2: «Senza i miei errori i compagni si sarebbero addormentati».

La leggenda dice che Adriano Galliani non lo volesse più vedere. Ma non vedere man è difficile. Con quella mascella da boscaiolo di città, quei tirabaci brizzolati che gli scendono sulla fronte lunga lunga e quel suo incedere molleggiato che sembra rispecchiarne lo slang austral- slavo:«Se no gioco mi aruginisco... », rideva. E infatti, ora che gioca, brilla. Brilla come in quella sera dic oppa Uefa a San Siro. È il 2002 e Kalac, dopo aver giocato con Sydney Croatia e Leicester è arrivato in Olanda, al Roda, avversario di un Milan sciagurato che si affida a Josè Mari e Javi Moreno. Nel ritorno degli ottavi i rossoneri finiscono nella sua tela e il Ragno riesce a portare le squadre ai rigori, parandone anche un paio. Il Milan passerà il turno e Kalac passerà al Perugia. Qui, in tre anni, piglierà gol da Nesta e Gattuso, ma mai da Shevchenko; qui gli capiterà di investire in uscita Pippo Inzaghi. Da qui Ariedo Braida lo porterà a Milanello. Fuori dal campo Kalac si gode la vita con serenità.

L’ex compagno Fabrizio Ravanelli ricorda la sua passione per le corse di cavalli: «Se ne stava sveglio di notte per controllare i risultati su internet». Già, i cavalli. Quelli che alleva e su cui scommette. Quelli che fecero parlare erroneamente di lui per la storia del calcio scommesse. Ma Zeljko è pulito. Il suo doping è il cinema e per caricarsi guarda «Ogni maledetta domenica» con Al Pacino e «Top gun» con Tom Cruise; la sua trasgressione adolescenziale era «marinare» la messa per seguire in tv il calcio europeo con il padre e così «imparare» da Schmeichel del Manchester United; il suo vizio è qualche sigaretta, perché la Playstation non la sopporta e alle serate mondane coi compagni preferisce i cartoni animati con i due figli.

Adesso Kalac raccoglie i frutti del lavoro. «Non ho dolori, sono in forma. E ora il titolare sono io», dice. Ma poi gli si legge negli occhi una bontà profonda: «Però mi dispiace per Dida». Nel calcio di oggi, dove lo trovi uno così? Uno che se non fosse diventato calciatore avrebbe fatto «il fantino, così avrei toccato terra coi piedi». Invece ha fatto il portiere e ora tocca il cielo con le dita. D’altronde passa i due metri: qualcuno dubitava che sarebbe stato all’altezza del Milan?