Kandinskij, quella pittura che si trasforma in musica

Alla Tate Modern e al Kunstmuseum due mostre illustrano i debiti del pittore nei confronti di Schönberg e Scriabin

Nel suo trattato Lo spirituale nell’arte pubblicato nel 1911, Kandinskij descrive i colori in assonanza con gli strumenti musicali, ma la forma è così elusiva, scrive, «che basta un soffio perché si alteri completamente». Alla forma più stabile, all’armonia di un segno sia pure sempre più geometrizzato, arriverà negli anni Venti, dopo una vorticosa e dissonante ricerca cromatica ispirata più a Schönberg e Scriabin che al suo incontro a Parigi con i primi dipinti di Matisse e Picasso.
Un’importante rassegna «Kandinskij: The Path to Abstraction 1908-1922», alla Tate Modern di Londra fino all’1 ottobre, poi al Kunstmuseum di Basilea dal 21 ottobre al 4 febbraio, ripropone e rivaluta l’iter di un intellettuale «moderno» verso l’astrattismo che in lui conserverà sempre una radice lirico-simbolista. Le ottanta opere, provenienti soprattutto dalle collezioni tedesche e russe, illustrano la fase decisiva del suo percorso verso una rottura definitiva dell’estetica tradizionale: da un dipinto all’altro, dagli schizzi alle tele compiute, i ricorrenti motivi del folclore russo - i cavalieri, i monti e le capanne - si dissolvono in sinfonie di colori densi e segni sinuosi sempre più tendenti verso l’astratta purezza della musica. La serie delle Composizioni in particolare, trascina l’occhio in una danza sfrenata di elementi formali e accordi cromatici.
Kandinskij era guidato da un fiero idealismo e da un credo nel «mondo interiore» dell’anima. Abbracciò la promessa utopica della rivoluzione russa che presto lo disilluse, e rinnegò gli artisti che propugnavano i principi del razionalismo contro la spiritualità nell’arte. Quando il suo lavoro fu considerato troppo individualista e borghese, smise di dipingere per due anni fino al suo ritorno nella Germania di Weimar, dove restò fino alla chiusura del Bauhaus nel 1933. Nato a Mosca nel 1866, figlio di un ricco mercante siberiano, aveva studiato economia e diritto prima della folgorazione artistica scatenata dai dipinti di Monet e da una rappresentazione del Lohengrin di Wagner. Studiò a Monaco nel momento in cui l’arte tedesca assorbiva la grande ondata del fauvismo francese che rielaborava nell’espressionismo. Aveva intuito che il colore, in analogia con la musica, poteva esprimere emozioni profonde. Nell’Alta Baviera, con l’amica Gabriele Munter, dipinse in vibranti contrasti di giallo, di verde, di blu e arancione i campi, le valli e i boschi di Murnau, allestendo nel 1911 una mostra con Franz Marc che gettava le basi del gruppo del «Blaue Reiter».
La mostra, curata da Sean Rainbird della Tate e Hartwig Fischer del Kunstmuseum di Basilea (catalogo Tate Publishing), concludendo il percorso di Kandinskij verso l’astrattismo nel 1922 mette a fuoco senza orpelli il periodo più significativo dell’artista. Non appena i dipinti pseudo primitivi di Murnau cominciano ad apparirci troppo ancorati nella raffigurazione, li vediamo superati dai capolavori del 1910-13, esempi supremi di quell’arte intesa come cataclisma, «una collisione di mondi diversi dal cui conflitto nasce il mondo nuovo dell’opera», scriveva. L’apocalittica Composition VII del 1913, proveniente dalla Tretyakov di Mosca è un’immensa tela il cui straordinario astrattismo suggerisce il Diluvio, il Giudizio, la Resurrezione, il Paradiso. Ma l’opera degli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale - Improvvisazione 30 (Cannoni) - illustrava anche, con la cacofonia dei colori, un mondo sull’orlo del crollo.