Karzai a sorpresa: «L’Afghanistan pronto a riconoscere Israele»

Fausto Biloslavo

da Kabul

Le elezioni parlamentari sono un successo, Al Qaida è stata sconfitta dai milioni di afghani andati a votare e l’Afghanistan è disponibile a stabilire rapporti diplomatici con Israele. Il presidente Hamid Karzai, 48 anni, non ha peli sulla lingua. Ieri pomeriggio, incontrando un selezionato gruppo di giornalisti, nel palazzo che fu dei re afghani, ha risposto ad una sfilza di domande sui temi del momento. «Provo una particolare soddisfazione se penso agli ultimi tre anni, a quando il mondo intero era impaurito dall’Afghanistan. Le nostre speranze si stanno realizzando, passo dopo passo: 6, forse 7 milioni di afghani sono andati a votare domenica scorsa. Il messaggio è chiaro: bombe, terroristi, minacce talebane di far saltare il voto non hanno fermato la nostra gente», spiega Karzai.
Sull’affluenza alle urne, appena superiore al 50%, inferiore di parecchi punti rispetto alle presidenziali dello scorso anno, Karzai non è pessimista. «Ci sono almeno tre motivi per spiegare la flessione. Queste elezioni avrebbero dovuto tenersi assieme alle presidenziali (secondo il piano di pace, ndr). Inoltre per la scelta sul capo dello Stato c’erano pochi candidati e l’elettore aveva le idee più chiare. Con oltre cinquemila candidati alle parlamentari la gente era confusa. Infine, molti pensavano di aver già fatto il loro dovere votando nelle presidenziali», sottolinea Karzai.
Secondo il capo dello Stato, la percentuale finale dell’affluenza sfiorerà il 55%. «Un dato che giudico buono, molto buono. È evidente che vogliamo far parte del club delle democrazie», sottolinea il presidente afghano. Battuta pronta, sempre sorridente, tunica bianca all’afghana e panciotto sembra trovarsi a suo agio fra i giornalisti. Quando il Giornale gli chiede cosa pensi dell’ultimo messaggio di al Zawahiri, il numero due di Al Qaida, che bolla le elezioni afghane come una farsa, attaccando l’Onu che le ha organizzate, gli occhi del presidente hanno un guizzo. «La sconfitta di Al Qaida in Afghanistan è resa evidente dalla partecipazione popolare alle elezioni, malgrado gli assassini di leader religiosi, candidati ed elettori. Due giorni prima del voto sono stati uccisi sette afghani, nella provincia di Uruzgan, soltanto perché erano in possesso dei certificati elettorali. Milioni di persone sono andate a votare lo stesso», dice Karzai.
Il presidente è nato nel sud di questa provincia, nel villaggio di Dihrawud, che ha dato i natali anche a mullah Omar, il leader latitante dei talebani. «Penso che i terroristi di Al Qaida non sono solo sconfitti, ma pure depressi. Questo tipo, al Zawahiri, dovrebbe rispondere prima di tutto ai musulmani dell’Afghanistan per l’uccisione di tanti innocenti in tutto il mondo. Cosa ha fatto nel nostro Paese, in tutti questi anni, puntando i fucili sugli afghani innocenti? Come osa parlare?», sostiene Karzai.
Il padre del presidente è stato ucciso a Quetta, il capoluogo della turbolenta provincia pachistana del Baluchistan, nel 1999, da agenti talebani o dei servizi segreti di Islamabad. Dopo la morte del genitore, Karzai divenne capo del clan Popolzai, della tribù pashtun Durrani, che aveva guidato l’Afghanistan nel diciottesimo secolo.
In realtà Karzai appoggiò all’inizio, nel 1994, il movimento talebano aiutando finanziariamente gli studenti guerrieri, che considerava capaci di mettere fine alla guerra civile fra le fazioni dei mujaheddin, i partigiani islamici vittoriosi sugli invasori sovietici degli Ottanta. Poi si rese conto dell’estremismo fondamentalista e ruppe definitivamente con gli studenti guerrieri quando questi si allearono con Al Qaida.
I terroristi di Osama bin Laden ed i resti dei talebani continuano a infiltrarsi in Afghanistan dal vicino Pakistan, ma Karzai si schiera contro la costruzione di un muro proposto dal governo di Islamabad. «Il sistema migliore per combattere i terroristi è di colpire i loro campi di addestramento, le risorse finanziarie e gli appoggi di cui godono», sottolinea Karzai. Il riferimento è all’area tribale pachistana, anche se il presidente parla genericamente di possibili basi in qualsiasi parte del mondo.
Sulla futura Assemblea, votata dagli afghani domenica scorsa, Karzai auspica la formazione di «un Parlamento forte, che sia mio alleato e mi guidi» nella gestione del Paese. Non si scandalizza se alcuni ex talebani, come il capo della polizia religiosa Maulawi Qalamuddin, o il ministro degli Esteri Wakil Ahmad Muttawakil, che si sono presentati candidati, verranno eletti. «L’importante è che gli afghani li abbiano scelti liberamente ­ spiega Karzai -. Indubbiamente mi attendo dal Parlamento un impulso decisivo nella direzione della politica di riconciliazione nazionale». Una strategia del presidente che punta a convincere i talebani più moderati ad abbandonare la armi in cambio dell’amnistia.
Nonostante sia stato letteralmente portato in Afghanistan dagli americani, durante le ultime battute della guerra contro i talebani, Karzai continua a bacchettare le tattiche dei soldati Usa giudicate troppo aggressive. «La natura del conflitto è cambiata. Non abbiamo più bisogno di usare la potenza aerea e di cercare nelle case degli afghani senza la partecipazione delle forze di sicurezza del nostro Paese». Per questo motivo l¹allargamento della missione Nato, comandata dall’Italia, verso Sud ed Est, le zone più calde, al posto del pungo di ferro Usa, «è benvenuta».
La novità, forse più clamorosa, arriva alla fine dell’incontro. Prendendo spunto dal recente avvicinamento diplomatico fra Pakistan ed Israele, Karzai apre allo Stato ebraico. «Altri Stati musulmani hanno relazioni con Israele. Siamo aperti ai contatti e apprezziamo il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza: Nel momento in cui sarà riconosciuto lo Stato palestinese ­ dichiara il Presidente ­ non avremo problemi ad allacciare rapporti con Israele».