Da Kate a Karol, è la rivincita della tv

La televisione si è ripresa il villaggio globale. È tutto suo, senza eccezioni. Oggi il mondo è in Piazza San Pietro, per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Quarant’otto ore fa era nell’abbazia di Westminster, al royal wedding dei Windsor. Platee immense, audience sconfinate. È il weekend della rivincita della Tv generalista. Per i cosiddetti new media, un uno-due da kappaò. Il commento polifonico, le comunità virtuali, il sottofondo del web possono cedere il passo e attendere educatamente. Quando gli eventi fanno sul serio, la televisiun la g’ha na forsa de leun. La rete, la blogosfera, i social network, le visioni in streaming, il simulcast, i forum e tutto il resto, funzionano per le community, i club di fan, i circuiti dedicati. Ma se c’è un avvenimento globale da condividere, un appuntamento di dimensioni planetarie cui partecipare, la televisiun la g’ha paura de nisun. Non c’è da alimentare il tam tam per convocare una manifestazione anti-tiranno. O un passaparola in stile samizdat per far circolare un pensiero alternativo. Al bar o in treno ci vorrà ancora qualche anno per iniziare la conversazione con «ho visto su YouTube il bacio tra William e Kate», oppure «ho commentato su Twitter l’omelia di Papa Ratzinger». Per ora, potrà funzionare tra i lettori di Wired. Forse.
Purtroppo, la rivincita della Tv si compie anche sulla carta stampata. Certo, la narrazione, i reportage, i retroscena e le grandi firme. Ma alla fine, in queste occasioni anche i quotidiani scelgono di televisionizzarsi, ricorrendo a piene mani alle illustrazioni, alle pagelle sulle mise delle dame, a una particolare cura della grafica. Il presunto riscatto della parola sull’immagine è tutto da dimostrare.
Venerdì dall’abbazia di Westminster e da Buckingham Palace è andato in scena per i telespettatori di mezzo mondo l’antipasto del grande evento: le nozze da favola di Kate Middleton e William Windsor, con il loro contorno di mondanità e cappellini, di glamour e nobiltà. Seguite solo in Italia da quasi 10 milioni di persone, distribuite tra Raiuno, Canale 5 e i canali Sky con share da capogiro. Oggi a Roma arriverà un milione di fedeli. Un’invasione alla quale, per soprammercato, si aggiunge anche quella dei partecipanti al Concertone per la festa del primo maggio. Ma la platea potenziale dei telespettatori sintonizzati su San Pietro per la beatificazione del più mediatico dei papi, colui che ha calcato ogni palmo del pianeta disponibile a riceverlo, supererà i due miliardi. Da Al Jazeera alla Cnn, dalla Nbc alla spagnola Antenna 3, le emittenti di mezzo mondo si sono accreditate presso la sala stampa vaticana e le altre hanno chiesto l’accesso al segnale video che partirà dalla basilica.
Forse non a caso, proprio alla vigilia della consacrazione del suo predecessore, ieri Benedetto XVI ha esortato i rappresentanti delle radio europee a tener fede al loro «servizio pubblico». Che, ha precisato, è un «servizio alla gente, per aiutarla ogni giorno a conoscere e a capire meglio ciò che succede e perché succede». Consapevole dell’importanza dell’evoluzione delle nuove tecnologie, «l’insegnamento della Chiesa su questo settore è attraversato da una vena di ottimismo e di simpatia verso coloro che si impegnano in questo campo per servire la comunità umana e contribuire alla crescita pacifica della società». Un compito tanto più difficile quando si tratta di dare il giusto peso alla dimensione spirituale per rendere visibile l’invisibile, come nel caso delle cronache che riguardano un avvenimento di fede. «So bene che questo servizio incontra difficoltà», ha continuato papa Ratzinger. Prima di citare tra queste «la sfida della concorrenza da parte dell’emittenza commerciale; l’impatto degli sviluppi delle nuove teconologie di comunicazione e la ricerca affannosa dell’audience». Una ricerca che non dovrebbe coinvolgere chi ha come missione specifica il servizio al pubblico.