Kate Moss, quel necrologio in vita dell’icona della pop art

Un poster con la modella al centro di un articolo-biografia è stato il simbolo della mostra londinese alla galleria Gagosian. Lei non miagola come la Bruni, non è manesca come la Campbell. Si limita a essere. Stupefacente, in tutti i sensi

Londra - Alla galleria Gagosian di Britannia Street, a Londra, ha tenuto a battesimo la mostra sulla Pop Art e ora è ancora lì, esposto sulla parete principale. Al centro dell’immagine c’è il volto randagio di Kate Moss e il suo torso nudo, girato di tre quarti, magro senza essere emaciato, illuminato però da un bianco e nero livido che invece di esaltarlo lo ferisce, un’adolescente convalescente che ti guarda con occhi lucidi, ma è come se non ti vedesse, persa in un qualcosa che potrebbe anche essere niente.

Il poster, opera di Adam McEven, si chiama Untitled (Kate) e rappresenta quello che nei quotidiani britannici ha per nome obituary, un genere letterario che è qualcosa di più e di diverso di ciò che nel nostro gergo giornalistico si definisce «coccodrillo» e dove di solito chi scrive si arrampica sulle spalle di chi dovrebbe essere ricordato, gli ruba insomma l’ultima uscita di scena... Oltremanica, invece, è un amalgama preciso, rigorosamente impersonale, di biografia e psicologia. È così anche per Kate Moss, «la modella ragazzina - recita l’occhiello - la cui celebrità e lunga carriera sopravvissero agli eccessi di uno stile di vita rock and roll». Non si potrebbe dire di meglio, se non fosse che Kate Moss è ancora viva e vegeta e questa incoronazione a icona dell’arte contemporanea ne certifica, semmai, l’immortalità. Del resto, due anni fa, il nudo di lei incinta dipinto da Lucian Freud è stato battuto all’asta da Christie’s per quattro milioni di sterline...

A gennaio, Kate ha festeggiato i suoi 34 anni. Lo ha fatto con un party al Dorchester, uno degli alberghi più cari e più esclusivi di Londra. Sarebbe dovuto durare all’incirca tre giorni consecutivi, trenta e passa ore di seguito quanti gli anni della festeggiata, ma, si dice, al termine delle prime ventiquattro ha dato forfait e se n’è tornata a casa. Gli snob che non erano stati invitati, ma che si piccano di sapere sempre tutto, come se fossero comunque presenti, l’hanno definita un’orgia: molto alcol, molto fumo, molto sesso, etero e omo. Lei non si sarebbe negata nulla. Sempre gli stessi snob, nemmeno una settimana prima, avevano reso noto che Kate era invece in pieno periodo Zen, vegetariana e salutista, buddhista e meditativa... Un paio di mesi fa, il leader dei Tories, James Cameron, ha raccontato di averla incrociata a una festa da amici comuni, di averla intrattenuta sul problema delle tubature e delle inondazioni nel West Oxfordshire, sua circoscrizione elettorale, dove ambedue hanno casa, e di essere stato scambiato per un idraulico.

Rispetto a Carla Bruni che miagola nei dischi e all’Eliseo, o a Naomi Campbell che picchia le amiche e le domestiche e finge le fusa davanti al presidente venezuelano Chávez, Kate Moss si limita a essere. Non rilascia dichiarazioni, non si dà alle canzoni o al giornalismo, non ha frequentazioni altolocate, non mena nessuno. Come top-model è bassa, sotto l’uno e settanta, e quando alla fine degli anni Ottanta cominciò la sua carriera andavano di moda super-modelle amazzoni, Cindy Crawford, Christy Turlington, Linda Evangelista, Claudia Schiffer, che l’avrebbero potuta sbranare in un boccone. Era smilza, aveva un modo di muoversi reticente e incurante, un volto di cui gli zigomi orientali accentuavano l’innocenza provocante, i denti un po’ storti. Vent’anni dopo, non è cambiato niente, è sempre al top, è sempre la stessa, dentatura compresa.

Ciò che ad altre avrebbe rovinato la carriera, paradossalmente gliel’ha invece rafforzata. Due anni fa un tabloid londinese pubblicò delle foto, scattate con un telefono cellulare, in cui «sniffava» in uno studio di registrazione. Divenne «cocaine Kate» e le grandi agenzie pubblicitarie pensarono di metterla al bando. Dopo nemmeno un anno era di nuovo in pista, sia detto senza ironia, fioccavano di nuovo i contratti, undici milioni di sterline nel solo 2006, e c’erano questo volto e questo fisico elastici rispetto a ogni forma di stupefacenti, intatti come per una magia o per una maledizione. Silenziosamente scomparsa, silenziosamente riapparsa.

Gli esperti di moda hanno usato per lei l’aggettivo waif, che sta per smarrito, ma anche abbandonato, e l’hanno arruolata nello «Heroin Chic», dove l’assonanza fra la tossicità dell’eroina e l’eco di una virtù eroica, permette il gioco di parole e alleggerisce il sospetto di fare la pura e semplice apologia della dissoluzione. Noi che esperti di moda non siamo, rimaniamo stregati da una giovinezza magnetica e senza tempo, da un’eleganza naturale e fatta di niente. Non sono i vestiti che la esaltano. È il contrario.

Eppure, in quel waif, quell’insieme di smarrimento e di abbandono, quel randagismo da cani perduti e senza collare, c’è del vero. Nata a Croydon, nel Sussex, figlia di genitori divorziati che aveva tredici anni, Kate ha cominciato a lavorare per la moda che ne aveva quattordici, scoperta in una coda all’aeroporto Kennedy di New York da Sarah Doukas, titolare di un’agenzia fotografica, la Storm. Sino ad allora era stata «una ragazzina con cui i coetanei fanno amicizia, ma di cui non si innamorano». Nel giro di due anni, dalle riviste per teen-agers passò alle copertine di The Face, monolocali e stazioni di metropolitana come set e lei come arredo umano di un arredo urbano che rimandava sempre a un qualcosa di irrisolto e di instabile, una presenza momentanea e quasi in fuga, un’allure di innocenza e di impudenza. Calvin Klein, i suoi jeans, il profumo Obsession fecero il resto, un’icona fra due secoli che si passavano il testimone.

Chi ci ha lavorato la descrive come una molto professionale e che non se la tira, amichevole e disponibile: non fa capricci, non fa scenate... Una figlia, almeno due grandi amori turbolenti più o meno alle spalle, l’attore Johnny Depp e il cantante Pete Doherty, che le hanno lasciato amicizie nel mondo del cinema e in quello della musica, una passione per due simboli degli anni Sessanta e Settanta quali Marianne Faithfull e Anita Pellemberg, lo stile di Kate Moss è il suo talento. Non le si conoscono ambizioni, se fa beneficenza non lo dice, non confonde la popolarità con lo straparlare su tutto. Gli scettici diranno che lei non fa niente, al di là del suo specifico apparire, perché non sa fare niente e può anche darsi che sia vero. Eppure, quello sguardo che sembra come braccato, quel fisico agile senza essere perfetto, la frenetica indolenza che si porta addosso, la privacy difesa semplicemente rifiutando di difendersi, raccontano il nostro tempo meglio di sofisticate analisi sociologiche. L’ansia di successo, la fragilità dei ruoli maschili e femminili, la difficoltà o forse la non volontà di crescere, il rifiuto e/o la paura delle responsabilità, la superficialità degli interessi, l’individualismo anarchico di chi non si fida: dello Stato, della politica, del prossimo genericamente inteso.
Sembra che fra i suoi scrittori preferiti ci sia Francis Scott Fitzgerald, il che anche se non fosse vero sarebbe verosimile, perché intorno a lei si respira la stessa atmosfera dei romanzi di lui, quel misto dolce-amaro di giovinezza incolpevole e incosciente, sempre a rischio e mai completamente a proprio agio. E certo Kate sarebbe stata per Scott l’eroina perfetta, il simbolo di una bellezza insostenibile nella sua leggerezza.