Katsav non getta la spugna: «Vittima di un complotto»

Di lui non ne vuol sapere più nessuno. Persino il primo ministro Ehud Olmert dopo quella sgangherata, furiosa, infuocata conferenza stampa lo implora di togliere il disturbo, di andarsene e risparmiare onta ed imbarazzo a Israele. «In queste circostanze – ricorda il premier - il presidente non può continuare ad occupare la sua posizione, deve abbandonare la residenza presidenziale». Per altri sarebbe meglio se lo avesse già fatto. Il ministro dell’educazione Yuli Tamir è già pronta a far togliere il suo ritratto dalle scuole. «Come possiamo – dice la signora Tamir - tenerci quel volto appeso al muro e costringere i nostri insegnanti a rispondere alle domande dei bimbi curiosi di capire cosa sia uno stupro?».
Ma il presidente Moshe Katsav non molla. Resta in trincea. Testardo e cieco come chi vede solo la propria verità giura di non volersi dimettere. E sceglie la strada più difficile ed imbarazzante. Per se stesso ed il Paese. Chiede al Parlamento di concedergli una sospensione che potrebbe durare tre mesi, fino a quando la procura generale non deciderà la sua formale incriminazione. Solo allora si arrenderà. Solo allora rimetterà la propria carica, accetterà di abbandonare il palazzo e attenderà la chiamata del Tribunale. Fino a quel momento si trasformerà in uno spettro ripiegato nelle cantine della Beit Hanassi, la residenza presidenziale. Fino a quel giorno combatterà la sua battaglia solitaria e furente. Anzi ha già incominciato. La grottesca conferenza stampa va in onda alle sette di sera nelle sale di quel palazzo che lui non sa abbandonare. «Io e i miei amici – ulula il lupo ferito - abbiamo resistito a un vile attacco mentre il mio nome e la mia reputazione venivano trascinati nel fango, ho rifiutato di rispondere, anche durante questi giorni difficili, ma non intendo abbassare il mio capo e umiliarmi. Lotterò con tutte le mie forze per ripulire il mio nome».
Ma dove sono i suoi amici? Finiscono alla prima fila. Sono la moglie, i figli e un manipolo di fedelissimi. Alla seconda già incomincia il mondo avverso, quello di giornali, radio e televisioni rei di aver imbastito un «processo pubblico contro di lui», colpevoli di non avergli concesso di difendersi. «Nessuno di voi – urla il presidente paonazzo - ha voluto dare un’occhiata alle prove... nessuno ha chiesto il mio punto di vista, vi siete limitati a raccogliere quelle storie e a trasformarle in verità, nessuno si è fermato un attimo per chiedersi se quella fosse davvero la realtà». Moshe Katsav sembra convinto che il Paese possa credergli. Si rivolge ai cittadini d’Israele, spiega che «esiste solo una verità», racconta di essere «il bersaglio della peggiore caccia all’uomo nella storia del Paese», denuncia il «lavaggio del cervello senza precedenti subito dall’opinione pubblica», si presenta come la vittima designata sopravvissuta soltanto «perché la verità è dalla mia parte».
Chi ascolta si chiede quale sia la strategia. Quale sia il senso di quello scomposto attacco ai giornalisti. Quale sia la ragione per restar abbarbicato a quella poltrona che l’espone alla pubblica vergogna. Il suo avvocato sostiene di poter ancora provare la sua innocenza e Katsav giura che la perseguirà «anche a costo di scatenare una guerra mondiale». Ma da quell’autodifesa confusa emergono le frustrazioni astiose di chi, invece delle accuse, sente bruciare sulla pelle le umiliazioni di gioventù. Quella gioventù da ebreo persiano povero e umiliato in uno Stato ebraico ancora figlio dall’emigrazione europea. «In questi mesi – si rammarica il presidente - mi sono rivisto come il simbolo di coloro che non sono parte di un’élite svezzata con il cucchiaio d’argento... di quell’élite che pensa di essere ancora la sola rappresentante d’Israele».
Qualcuno si chiede se il Presidente voglia allontanare la minaccia di quella condanna a 16 anni e più prevista per le sue infamanti accuse. Ma anche quel ragionamento fa acqua. Ben che vada potrà tirare avanti fino ad agosto, fino alla scadenza del mandato. Poi, se incriminato, dovrà per forza affrontare i giudici. E averli fatti attendere non potrà certo venir considerato un vantaggio.