Katyn aiuta a capire la cultura del domani

La trasferta polacca (o il breve esilio?) ha sollecitato Sergio Maifredi a promuovere, qui a Genova, la proiezione del film «Katyn» del noto regista polacco Andrzey Waida. Indipendentemente dai valori formali e contenutistici della pellicola devo convenire che si tratta di un'operazione di rilievo politico (all'insegna di quella celebre affermazione di Kant, secondo cui la miglior politica è l'onestà). Sono fin troppo note (da tempo) le vicissitudini di questa strage di ufficiali dell'esercito polacco attribuita (in un primo tempo e a lungo) alla rabbia hitleriana e poi scopertasi essere frutto velenoso dell'armata rossa del maresciallo Stalin. È abbastanza facile richiamare la pessimistica saggezza dei nostri rinascimentali che per bocca di F. Guicciardini sostenevano che chi perde è destinato a vedersi rimproverare ogni colpa anche quelle (per fatti) che non ha minimamente commesso. Ma c'è un dato che purtroppo ci riguarda più o meno tutti e che vale la pena di essere posto in rilievo. Perché dobbiamo essere dopo ben sessant'anni condannati a smentire le menzogne che una determinata propaganda politica ci ha comminato senza requie? Ancora oggi proseguiamo nel fare i conti con il comunismo. E d'altra parte tutta una marea di «antifascisti» continua a riproporre se stessa invecchiata. Come abbiamo potuto negli ultimi sessant'anni rimanere prigionieri di questi fantasmi? Nonostante Montanelli nel 1945 parlasse del «non senso» dell'antifascismo e nonostante il crollo dell'U.R.S.S. nel 1989 mandasse non in soffitta (bensì nella pattumiera della storia: l'espressione è di Trockij) il «socialismo reale», noi italiani abbiamo continuato a baloccarci con solfe siffatte. E l'incredibile Franceschini ha richiamato subito il «dopoguerra», sorgente di chissà quali mirabilie! Sembra questo essere un paese di uomini di mezza età tanto saputelli quanto vecchietti. Manca veramente una cultura giovanile dell'avvenire. È questo uno dei compiti della nuova formazione politica di centrodestra: ridare all'Italia un altro orizzonte. Il passato non può essere trasformato in una sorta di versione laica del peccato originale, in uno strumento persecutorio che fa insistere ciò che è morto nel presente e lo pone come remora nei confronti dell'avvenire.