Kay Rush «La vera Milano negli anni ’80»

A Porto Cervo, dove si trova per lavoro in questi giorni, soffre. Quando riceve una telefonata da Milano e le chiedono invidiosi «Che tempo fa?», lei risponde, contenta: «Bellissimo: il cielo è velato, magari tra un po' piove». Non solo perché Kay Rush preferisce la montagna al mare, ma anche perché il grigiore di Milano le è entrato nel sangue: «Quando vedo pioggia e nebbia godo». Americana di origine giapponese, conduttrice indimenticabile dei giorni e delle notti musicali radiofoniche e televisive, ma anche giornalista, attrice di teatro, cinema e tv, scrittrice e grande sportiva, Kay Rush è arrivata a Milano da 27 anni e si è subito sentita a casa sua: «Le mie prime parole in Italia sono state in milanese».
Come se la cavò quando arrivò in città?
«Avevo diciannove anni ed ero senza una lira in tasca, come tutti i giovani che non accettano compromessi. Alcuni hanno scritto che facevo la modella: macché modella. La moda non è il mio mondo. Facevo un po' di discoteca, il tecnico del suono a Radio Deejay e tanta fame. La famiglia Susani, che abitava nel palazzo di via Borgese dove stavo, mi prese in simpatia e mi invitava spesso. Lì mangiavo tutto quello che potevo e bevevo latte, vino, birra, tutto insieme. Per fare scorta e perché magari era qualche giorno che non pranzavo».
Sono loro che le hanno insegnato il dialetto?
«Erano coltissimi e anche milanesissimi, perciò si intercalava con “T'è capì? Te se straca?” Così ho imparato. E poi stavamo proprio sopra il ristorante Da Alfredo, altro caposaldo meneghino: cucina milanese vera»
E poi il dialetto non lo ha più parlato?
«A volte con “la” Marina, moglie di Claudio Cecchetto, altra famiglia milanese doc. Però son tutti ricordi degli anni Ottanta, quando Milano era Milano».
Un bel periodo?
«I tempi migliori, si sa. Avevo l'abbonamento a tutti i teatri, c'era un fervore culturale, di stile di vita, che non c'è stato più e mi manca molto. E guardi che io non sono una nostalgica».
E adesso?
«Adesso Milano è una città difficile. Dopo la batosta di Tangentopoli non si è più ripresa del tutto. Ho casa anche in Francia, ho vissuto quattro anni a Madrid: Milano è indietro anni luce».
Non ne è più innamorata, allora?
«Al contrario. Un anno fa mi hanno dato la cittadinanza italiana, un'emozione. E sa qual è la prima cosa che ho chiesto in Comune? Un dizionario italiano-milanese. Alla mia Milano io voglio bene. È per questo che la critico. Ma bisognerebbe realizzare linee di metro, parcheggi, parchi, o la vita è impossibile. Per questo i milanesi sono così arrabbiati e aggressivi».
E non potremmo diventare come Madrid o Parigi?
«C'è un problema economico. Gli Stati Uniti hanno dato all'Italia un sacco di soldi che sono stati spesi male e accompagnati da critiche. Ora hanno chiuso le borse. Finanziano la Spagna, i paesi dell'Est. Gli italiani, e i milanesi, devono farcela da soli».
Il suo primo romanzo, Il seme del desiderio, è uscito da pochi giorni. Anche in questa storia Milano ha un grande ruolo...
«Tutti mi chiedono se il libro è autobiografico. La risposta è no, quell'italoamericana che tenta la fecondazione teologa non sono io e anche gli altri personaggi, come la Carla Bianchi, milanese egoista, carrierista tosta e femminista, sono frutto di fantasia. L'unica cosa vera è Milano, le sue atmosfere: quel sole bianco e strano degli anni Ottanta che ora è scomparso, quella freddezza tutta da scoprire, adatta ai solitari, che esiste solo qui e in nessun'altra città d'Italia».
Ha già in mente altri libri?
«Almeno tre. Ma in questo momento il mio progetto più grosso è un altro».
Quale?
«Scalare le “seven summits”, le sette cime più alte di tutti i continenti. Voglio che sia anche un messaggio di solidarietà femminile».
Cioè?
«A gennaio avrò 47 anni. Per realizzare il progetto ce ne vorranno almeno altri tre. Il messaggio è: “Ok, donne, a cinquant'anni, invece di preoccuparsi delle rughe, si può conquistare l'Everest” . E poi, ora che ho anche il passaporto italiano, sarei la prima donna a portare lassù la bandiera tricolore».