Keats, il giovane romantico sempre caro agli dèi

Quando la nave giunse al porto di Napoli dovette star ferma dieci giorni per quarantena. L’approdo in Italia iniziò con quella pausa forzata, poi il lungo viaggio in carrozza verso Roma, nella campagna desolata e ondosa che gli parve simile all’oceano, ma più immobile. Crudele paragonare il suo arrivo in Italia a quello dei suoi amici, che con lui compongono il grande trio dei romantici inglesi, dopo i due grandi padri fondatori, Coleridge e Worsworth... Shelley veleggiava nel golfo di La Spezia sulla barca Ariel che si era fatto costruire a Genova, scorreva le giornate sul mare e scriveva le sue odi ventose, Lord Byron folleggiava a Venezia, vincendo gare di nuoto, cavalcando nelle campagne, amoreggiando in gondola e folleggiando alle feste nella città sospesa sull’acqua, mentre scriveva i suoi capolavori, i leggeri, incantevoli, poemi eroicomici Beppo e Don Juan.
John Keats, forse il più grande dei tre, poeta supremo dal suono leopardiano e dall’incanto greco, giunse a Roma come non come a una meta felice, quale erano state Lerici e Venezia per i suoi amici, ma come si arriva a un ospedale terminale. Venticinquenne, colpito da violenti sbocchi di sangue, grazie alla sua laurea in medicina (anche se si occupava solo di poesia) non gli era stato difficile diagnosticare la tisi che già aveva ucciso precocemente la madre e il giovane fratello Tom.
Fino al giorno dell’emorragia aveva goduto di ottima salute. Non alto ma bello e aitante, forte, amante del pugilato e della scherma (gli amici d’infanzia presagivano in lui un grande destino, ma non letterario, semmai militare), infanzia agiata fino alla morte del padre e alla rovina economica, costretto a studiare medicina ma capace di leggere libri di poesia anche mentre camminava e pranzava, si rifiutò sempre di praticare la professione medica, e l’unica diagnosi fu su se stesso. Quello sbocco di sangue gli rivelò senza ombra di dubbio che il tempo gli stava sfuggendo di mano. Lasciò l’amatissima fidanzata Fanny Brawne, certo di non poterle dare un futuro neppur breve, partì alla volta dell’Italia su consiglio di un amico medico, nella speranza che il mite clima romano potesse propiziare una guarigione di fatto impossibile.
Visse da novembre a febbraio in una piccola abitazione in Piazza di Spagna, non riuscì mai a vedere Roma ma, dal letto, sentiva al mattino lo scampanio delle mandrie che si recavano al pascolo. L’amico Servant, un pittore che lo aveva accompagnato e lo accudiva fraternamente, gli scaldava i pasti che venivano cucinati nella locanda sottostante, l’attuale Caffè Greco.
Non riuscì a leggere né scrivere, tranne una lettera d’addio, l’unica che ebbe la forza di vergare in tutto quel periodo.
Rifiutò di farsi leggere le lettere della fidanzata, che lo cercava sempre. Era ossessionato dall’idea di morire troppo presto, prima di avere scritto opere memorabili. Non possiamo sapere che cosa ci avrebbe lasciato se fosse vissuto più a lungo, ma certo almeno nella sua ossessione si sbagliava: le sue Odi, l’Endymion, tutta la sua opera poetica insomma, rappresentano uno dei monumenti della poesia di ogni tempo, e manifestano la compiutezza totale di chi presenta la fine precoce.
Pensava al poeta come all’essere meno poetico del creato, perennemente alla ricerca di altre cose o forme in cui immedesimarsi. La massima dote da perseguire era la capacità negativa, l’immedesimazione, l’annullamento di sé nel reale fino a renderlo durevole, trasformato nella materia incorporea ma vera della poesia. Maestro supremo Shakespeare, che si annulla e incarna in ognuno dei suoi mille personaggi: «A Shakespeare bastava pensare qualunque cosa per diventare quella cosa, con tutte le sue caratteristiche».
La sua riflessione sulla poesia, sul ruolo che l’immaginazione deve riassumere nell’umanità proprio grazie all’opera dei poeti, è di straordinaria importanza, è in realtà un trattato sull’essere, sulla realtà, su quel mondo immaginale che mette in comunicazione la realtà spirituale e quella fisica. Alla famosa lettera sull’impoeticità del poeta, a cui ho accennato poco sopra, fa riferimento esplicito la fondazione della poetica di Mario Luzi, che negli anni cinquanta leggeva in quella rivelazione il segreto della strada di Dante e Shakespeare, e la scia che egli avrebbe seguito, poesia come immedesimazione nel crogiolo ardente e cangiante del mondo. Se un pettirosso si affaccia alla mia finestra io entro nel suo essere, scriveva Keats.
L’edizione delle sue lettere proposta ora dagli Oscar Mondadori (Lettere sulla poesia, pagg. 274, euro 7,80) è quindi opera da non perdere. Dire che è ottimamente curata sarebbe riduttivo: a parte gli apparati precisi e le informazioni utili e puntuali, a parte l’eccezionale rigore della traduzione, il saggio di Nadia Fusini è un’opera fondamentale e memorabile non solo sull’opera di John Keats, ma sulla natura della poesia in assoluto. Una chiave su alcune delle domande fondamentali sulla natura della poesia alla luce della situazione culturale che si è creata nell’età moderna, una riflessione sull’ombra che tutti intravediamo per strada e che il poeta cerca di rendere ferma per sempre.

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