Keita: la world music non esiste nelle canzoni conta la purezza

Antonio Lodetti

da Milano

È discendente di Sundiata Keita, glorioso guerriero Mandingo che fondò l’Impero del Mali nel tredicesimo secolo, ma Salif Keita è famoso come cantautore, artista che cavalca con gusto i suoni popolari e le pulsioni trasversali della musica etnica, come dimostra il suo nuovo cd M’bemba, in uscita in questi giorni. Definito «la voce d’oro dell’Africa» e, un po’ pomposamente, «il Caruso africano», l’artista albino torna alle radici afro attraverso un intricato percorso che occhieggia al blues come al jazz, agli antichi canti tribali come al pop passando da ammiccamenti ritmici spagnoleggianti. Guai però a dirgli che la sua musica è commerciale. «Le canzoni mi aiutano a superare le difficoltà della vita - dice Keita - e io ne ho avute davvero tante; ho faticato a farmi rispettare come uomo e come artista e credo nella purezza delle mie canzoni».
M’bemba è un album intenso, che racconta la vita attraverso i sentimenti. «Canto ciò che vedo, ciò che ascolto e ciò che sento nell’anima; i nuovi brani hanno uno spirito gioioso, non per questo dimenticano l’impegno sociale e la sofferenza della mia gente». Anche il termine «world music» lo fa arrabbiare. «Questa storia della world music è una grande stupidaggine. La musica country non è musica del mondo? E il rock? La musica che sa comunicare non ha nome né confini. Perciò le mie canzoni sono un libro aperto. Nel nuovo disco torno ai suoni acustici, guardo indietro alla tradizione Mandingo senza dimenticare l’attualità». E quei suoni spagnoli da dove arrivano? «Il Mali, il Maghreb e il Nordafrica in generale sono influenzati dalla cultura araba e spagnola, che mi è entrata nel sangue. Io sono onnivoro, non tradisco le mie origini ma amo il rock dei Led Zeppelin e dei Pink Floyd, perché la buona musica è una medicina universale».
E Keita, che oggi vive a Parigi, dove negli anni Ottanta esplose la multietnicità africana, a sua volta è molto amato da star come Mick Jagger e Sting. «Ne sono felice, perché questi sono gli artisti che hanno fatto la storia della musica contemporanea». In Italia, dove ha una fedele schiera di fan e dove il suo penultimo album Moffou è andato piuttosto bene, lo vedremo il 7 dicembre, in un unica data all’Auditorium di Roma. «Presenterò le multiformi atmosfere di M’bamba e alcuni vecchi successi con la mia superband; a Roma farò un concerto magico, perché è una città dalle tradizioni millenarie dove si respira il profumo della storia, lo stesso profumo che cerco di far uscire dalle mie composizioni».