Keith Jarrett, un’altra svolta Meno divagazioni, più tecnica

Esce «Tokyo solo», il suo primo dvd per Ecm. Le esecuzioni si mostrano più godibili e precise

Franco Fayenz

Arriva nei negozi di dischi di tutto il mondo il dvd Keith Jarrett Tokyo Solo. È il primo video del celebre pianista per Ecm: nel passato se ne citano altri due, ma per etichette diverse. Le immagini sono molto belle, riprese da due o tre telecamere con ottima professionalità, in modo da evitare al fruitore sensazioni di stasi sebbene il protagonista sia uno soltanto.
Il dvd è legato alle ultime tranches del doppio cd jarrettiano del 2005, Radiance. In alcune righe scritte per il booklet di quell’album, inciso in gran parte a Osaka il 27 ottobre 2002, Jarrett rende noto che i quattro brani finali del secondo cd appartengono a un concerto solistico da lui tenuto alla Metropolitan Festival Hall di Tokyo tre giorni dopo. E annuncia che l’intero recital, compresi i quattro brani, «apparirà prossimamente in dvd»: Tokyo Solo, appunto. Tutta la musica, precisa Jarrett, è improvvisata.
Si può osservare che la pubblicazione di Tokyo Solo a tre anni e mezzo dalla registrazione non costituisce un modello di velocità, ma la Ecm ci ha abituati spesso a tempi lunghi. Perciò, si consideri privilegiato l’ascoltatore italiano che abbia assistito al concerto di Jarrett all’Auditorium Santa Cecilia in Roma il 7 novembre 2004, perché può cogliere numerosi elementi di confronto, o piuttosto di analogia. D’altra parte, queste imprese solitarie di Jarrett in Estremo Oriente, e altre meno risapute in patria, furono le prime dopo la pausa dovuta alla famosa «sindrome da affaticamento cronico» iniziata dopo un recital a Modena nell’ottobre 1996. La pausa, com’è logico, si estese anche ai dischi in solo: dopo La Scala del febbraio 1995 e prima di Radiance c’è soltanto The Melody At Night, With You (1998) fatto di brani brevi suonati in casa accanto a Roxanne, la moglie-infermiera.
È impressionante seguire Tokyo Solo - le cui riprese sono generose di primi piani non consentiti a chi sieda in platea - e dare un’occhiata nello stesso tempo a un’immagine di Jarrett giovane: chiunque può permettersi questo esercizio, perché abbondanti sono le foto del pianista ai tempi del trionfo nel 1969 al Teatro Comunale di Bologna. Prescindiamo dai rilievi di carattere musicale che faremo tra poco, e occupiamoci dell’uomo nella sua fisicità e nei suoi atteggiamenti. Jarrett a Bologna aveva 24 anni e qui 57: fra l’uno e l’altro non ci sono soltanto le normali differenze dovute a 33 primavere in più e a tante vicende di vita. No: il Jarrett di Bologna e quello di Tokyo sono due persone diverse. Quello di Tokyo è un signore magro, piccolo e austero, dall’aria professorale anche per via degli occhiali, con i capelli corti e grigi e una vaga abbronzatura dovuta a una vacanza. Non è rimasto nulla del ragazzo timido, con la zazzerona crespa e lo sguardo acuto, per cui qualcuno lo credette nero. Per accostare i due Jarrett bisogna guardare le tipiche mani, ben lontane da quelle che di regola si attribuiscono a un pianista, il modo di alzarsi sul seggiolino, i mugolii e le smorfie. Nient’altro. Chi lo abbia avvicinato a Roma lo ha trovato meno scostante di prima della sindrome, anzi quasi cordiale. Meno male.
Il ragazzo di Bologna inventò senz’altro uno stile nuovo nel pianoforte jazz con sentori di jazz-rock e simpatie per i temi di Bob Dylan (Lay Lady Lay, My Back Pages). Giorno dopo giorno si dotò di una tecnica perfetta, di un linguaggio imitatissimo, e infine sono venute (in questa sede non si può parlare del suo trio con Gary Peacock e Jack Dejohnette che mostra ormai non poche rughe) le lunghe, quasi disumane maratone solitarie e ininterrotte sulla tastiera. Jarrett ci ha rimesso la salute allontanandosi verso distanze siderali da qualche ricciolo di tema, da qualche seme accennato all’incipit, per poi «frantumare insieme Bill Evans, ragas indiano, echi arabi, Chopin, Brubeck, Cecil Taylor, Bach, Beethoven, i Gospel Song e via di questo passo».
Adesso non lo fa più, anche se suona di nuovo da solo (il prossimo 19 luglio sarà alla Fenice di Venezia). Lo lasciano capire, alla sinistra del pianoforte, un bicchiere d’acqua minerale e un microfono per rivolgersi al pubblico. Jarrett adesso si allontana di meno dai temi (più semplici e talvolta non ignoti) che sceglie, e ogni tanto si ferma, rifiata e poi riprende. Diciamo pure che suona meglio, che è più leggibile, si ricorda di qualcosa delle sue origini e perfino di qualche collega (Abdullah Ibrahim, per esempio). I tre piccoli bis (Danny Boy, Ol’Man River, Don’t Worry About Me) che si ammirano in Tokyo Solo sono deliziosi. L’avvicinarsi della terza età porta consiglio.