Keith Jarrett a Napoli Al San Carlo un piano che vale cinque bis

GENIO Standing ovation per l’artista che improvvisa per ottanta minuti e conclude con classici come «Over the Rainbow» e «I’m a Fool to Want You»

La garanzia di trovarsi di fronte un genio assoluto, un jazzman, «un totalizzatore pianistico» che ha digerito e rielaborato nel suo stile qualche secolo di storia pianistica. Il timore che la sua arte venga frenata dalle bizze, dai capricci, dai postumi di quella benedetta sindrome da affaticamento che ha rovinato la vita a lui e ai fan. Questi gli stati d’animo del pubblico del San Carlo di Napoli lunedì, prima della performance di piano solo di Keith Jarrett, grande evento dell’Angeli Musicanti Festival. Cinque anni ci son voluti per convincerlo a suonare a Napoli; poi due mesi fa un sì che ha lasciato di stucco gli organizzatori stessi. Per quest’anno chi vuol rivedere Jarrett solista dovrà andare a Berlino il 12 ottobre (in trio invece con Gary Peacock e Jack DeJohnette suonerà a Mantova e Firenze in luglio).
Dopo un avvio circospetto, atonale, che annusa in tutte le direzioni - una costante dei suoi show solisti, da Tokyo alla Scala alla Carnegie Hall lo scorso gennaio come sanno i fan che lo seguono fedelmente in giro per il mondo - mette dita, cervello e cuore al servizio di una musica senza confini che cresce, si scalda e si scioglie in cinque magnifici bis. La meta di Jarrett è sempre la stessa: trasformare il suono in un unicum senza confini. Nato con il jazz, cerca di risolverne il problema fondamentale: creare musica «organizzata» senza tarpare le ali all’improvvisazione ma pure senza scivolare nel caos. Romantico senza automoderazione, lo definì il critico Joachim Ernst Berendt. Nello show di lunedì forse più realista che romantico, certo senza moderazione (vivaddio) nel fondere blues e armonie europee (nel fraseggio veloce e nel basso ostinato del primo brano tra mille influenze si catturano echi di Monk e Debussy), jazz tradizionale, ardite incursioni modali, pirotecnici tuffi nell’avanguardia e struggenti ripiegamenti sulla classica ballad (magnifica la lenta melodia che chiude la prima parte del concerto).
Il pubblico ascolta in religioso silenzio, si pasce di quelle cascate di suoni improvvisati, di quegli arpeggi insistiti e cupi, di quelle note ribattute ora ipnotiche, l’attimo dopo swinganti; s’infiamma alla fine di ogni brano, per poi ricomporsi in un deferente silenzio prima che il maestro riattacchi. Non si sa mai che un colpo di tosse lo indispettisca e se ne vada; ma stavolta è di ottimo umore... Quando nel silenzio qualcuno tossicchia Jarrett lo incita col gesto, quasi sorridendo: poi riparte. Suona con quelle incredibili mani da virtuoso che sanno trasformare la tecnica in calore, con incredibili arzigogoli o con pochissime note ripetute. Sembra di individuare un tema famoso, un percorso armonico logico che poi Jarrett personalizza liberandolo dalla consuetudine. Così gli echi di Bud Powell e James P. Johnson (guarda caso un re del boogie blues che studiò con un allievo di Rimskij-Korsakov) di Bach e del boogie di Jimmy Yancey e Pinetop Smith (come testimonia il sontuoso boogie blues che apre i bis) più che citazioni sono inevitabili riflessi della sua mente onnivora.
I bis dunque, in cui Jarrett si tuffa, alla sua maniera, sul classico. Se prima è pura improvvisazione, qui ci sono termini di paragone, perché il maestro rilegge standard come But Beautiful (da ricordare la versione di Bill Evans), I’m a Fool to Want You (di Billie Holiday, in cui Jarrett parte, si ferma subito, poi ricomincia perché il concerto è registrato) e per concludere con una strepitosa Over the Rainbow. Cinque bis, cinque uscite al proscenio per le standing ovation dei 1.300 del San Carlo, che applaudono e gridano di gioia perdonando anche le esibizioni più pretenziose e arroganti del passato.