Kelly Clarkson, il fenomeno sdoganato da American Idol

da Roma

Più di tutto, vale l’espressione. Quando Kelly Clarkson ha cantato a Torino per le Olimpiadi Invernali, pochi credevano che quella ragazzina di ventidue anni, bella ma non troppo, disinvolta ma senza esagerare, fosse davvero un prodotto della televisione da grandi numeri, di uno di quegli show usa e getta che sembrano fatti apposta per essere demoliti dalla critica. E invece.
A diciott’anni Kelly Clarkson ha vinto American Idol cantando brani di Aretha Franklin e Celine Dion davanti a qualche decina di milioni di telespettatori. Poi è finita alla corte di Clive Davis, che è un Re Mida capace di plasmare carriere come quelle di Whtiney Houston e Mariah Carey. Risultato: il primo singolo A moment like this non è soltanto arrivato in cima alle classifiche ma lo ha fatto battendo il record dei Beatles e passando in una settimana dal gradino numero 52 al numero uno. Potenza del marketing, si dirà (e talvolta a pensar male ci si azzecca). Ma la texana Kelly Clarkson, che ha alle spalle il solito sfascio familiare e un bel po’ di gavetta trascorsa a vendere bottigliette di Red Bull nei cinema, si è rimboccata le maniche e ha accatastato così tanti successi da far dire al rigidissimo critico Stephen Thomas Erlewine che «lei fa apparire questo lavoro naturale e affascinante. Sa essere sexy e insolente e nel frattempo rimanere aggraziata e piacevole come la ragazza della porta accanto». E con il nuovo disco - nuovo si fa per dire perché è uscito a fine 2004 ma da allora ha continuato a macinare copie - ha passato l’esame più difficile, quello da potenziale meteora a pianeta in orbita nell’universo del pop (quello più glamour ed evanescente, ovvio). Perciò nel 2005 si è dimostrata la cantante americana più venduta in assoluto, più di Mariah Carey o di Madonna. E pure in Italia il singolo Since U been gone, ha avuto la sua bella dignità radiofonica. A rimorchio del successo, è arrivata anche l’inevitabile autocritica di tanti giornalisti, giustamente allertati dal pericolo rosso della tivù, così tanto famelica da spacciare spesso esordienti senza arte né parte come autentiche dive. D’altronde, dimenticato dalla grande discografia in crisi, il serbatoio degli aspiranti cantanti - sul quale storicamente si è concentrato l’investimento delle major - ora viene saccheggiato dalla tivù, che preferisce interpreti di facile consumo sperando di combinare grande quantità a qualità (almeno) discreta. E se più di ogni recensione valgono le espressioni degli spettatori di Torino, in una sera gelata di febbraio, Kelly Clarkson ha iniziato a raggiungere l’obiettivo.