KENNETH FREEMAN Alla frontiera dell’arte

Il sogno di uno dei più grandi pittori statunitensi: narrare con le sue tavole la grande epopea del West

Difficilmente si pensa agli Stati Uniti d’America come a un paese che ha prodotto pittori o scultori di livello internazionale. Gli stessi americani tendono a considerare la pittura una forma d’arte importata dal Vecchio continente. Le vere forme d’arte autoctone, per loro, sono la musica della contaminazione tra i canti dei neri e il folklore dei coloni europei, e il cinema, il cinema Western. Di certo non mancano riferimenti letterari, ma nulla più del cinema ha saputo trasmettere il senso dell’avventura, del sogno e dei grandi spazi del West. Prima dell’avvento del cinema, però, sulla costa orientale degli Stati Uniti il West era conosciuto solo tramite i resoconti orali di chi c’era stato oppure i dipinti di grandi pittori che solo oggi ottengono il giusto riconoscimento internazionale e la giusta collocazione storica.
È nel contesto di questo nuovo approccio alle arti figurative americane che si va a collocare un’interessante mostra ospitata nelle sale dello Spazio San Paolo Converso, a Milano, fino al prossimo 15 aprile. Cinquantacinque opere di Kenneth Freeman, uno dei più grandi pittori statunitensi che ai nostri giorni abbiano scelto di fare dell’epopea del West un soggetto primario, esposte per la prima volta in Europa. Nativo di Chicago, cuore del Midwest rurale ed evangelico ma ben lontano dall’immaginario collettivo del selvaggio West, Freeman ha portato in sé la passione per la frontiera fin dalla infanzia, durante la quale ha manifestato un precoce talento per le arti figurative e il desiderio di «diventare un cowboy».
Un desiderio condiviso da molti ragazzini italiani, prima che l’aspirazione principale fosse diventare un calciatore, uscire con una velina e partecipare a un reality show. Ma la passione può essere un veicolo forte e così Freeman, a più di settant’anni, è considerato uno dei più intensi cantori dell’universo del West. I quadri in mostra a Milano trasmettono grande intensità emotiva, soprattutto i ritratti degli uomini a cavallo e dei nativi americani. Ne ha dipinti talmente tanti da spingere la First lady, Laura Bush, a invitarlo a tenere una personale al prestigioso Smithsonian Museum di Washington per raccogliere fondi in favore del Native American Museum.
Freeman sognava di fare il pittore, di entrare a stretto contatto con gli indiani, di fare il cowboy. Tutti sogni realizzati nel suo ranch di Scottsdale, Arizona, dove si è trasferito nel 1978 per trovarvi il vero West. Quel che forse non avrebbe nemmeno sognato di fare era proprio una grande mostra nella vecchia Europa e in Cina. «Un’occasione per scoprire il mito del West: cowboy, scene di armenti condotti all’abbeveraggio, ritratti di indiani nel loro costume e nelle scene di vita reale, figure di militari della Secessione americana», recita la presentazione della mostra. Parole veritiere, per uno che da ragazzo osservava affascinato lo stile dei grandi pittori fiamminghi, per farlo proprio e aiutarlo a esplorare un mondo distante secoli e, soprattutto, migliaia di miglia da quello dei vari Rembrandt, Bruegel e Vermeer.
Non se ne parla nella sua biografia, ma è difficile immaginare che su Freeman non abbia esercitato una certa attrazione l’opera di quello che fu, senza dubbio, il pittore del West per eccellenza, Frederic Remington. Nella sua breve vita (1861-1909), Remington, che sta al West come Paul Cézanne sta all’impressionismo, dipinse alcune delle immagini più straordinarie della frontiera americana che un artista abbia mai saputo tramandarci. Immagini così rappresentative da fornire canovacci visivi su cui diversi registi cinematografici, da John Ford a Howard Hawks, costruirono set e scene dei propri film western. Andrew V. McLaglen, uno dei maestri indiscussi del genere, addirittura utilizzò una serie di dipinti di una sorta di erede spirituale di Remington, Russ Vickers, per i titoli di apertura e di coda di un bel film con John Wayne, Chisum. Frederic Remington, in realtà, trascorse pochissimo tempo nel West, per la precisione nel Kansas, e dunque basò buona parte dei suoi quadri su un lavoro di mera fantasia. Resta, tuttavia, lo splendore della sua opera, con memorabili descrizioni di mandrie imbizzarrite, di cacce al bisonte e di vita sulla frontiera. Se n’è accorto persino Fabrizio De André, che ha voluto utilizzare un suo dipinto per la copertina del suo disco omonimo noto ai più come L’indiano, con un bellissimo pellirossa a cavallo. Che ancora una volta ci sia un legame stretto fra musica, letteratura e arti figurative? Sembrerebbe di sì, a giudicare dal ritratto che proprio Kenneth Freeman ha fatto di Waylon Jennings, uno dei più burberi e autentici cantautori country & western.