Per il Kenya è già una festa nazionale E il fratello esulta uccidendo due buoi

Il presidente Kibaki: "Abbiamo vinto anche noi, il Paese orgoglioso di
Obama". I 50 parenti avvertono: "Tra qualche mese lo raggiungiamo a
Washington"

Più di McCain hanno sofferto i due sfortunati buoi africani. Abongo Malik, fratellastro cinquantenne di Obama se li era comprati martedì mattina. Ieri li ha sgozzati con le sue mani, fatti a pezzi, preparati per la cena banchetto. Da ieri mattina a Kogelo, sulle rive del lago Vittoria è festa grande. Da lì, dalla dimora ancestrale dove riposano le spoglie di Barack Obama senior, papà nero del nuovo presidente americano, l’Obama mania cattura un Paese. Da ieri all’alba il minuscolo Kogelo e la grande Nairobi vivono un’unica, interminabile celebrazione culminata in quella che il presidente Mwai Kibaki ha già trasformato in festa nazionale.

A gennaio gli abitanti di Kogelo, come tutti quelli delle tribù Leo legati all’oppositore Rail Odinga, avrebbero volentieri fatto a pezzi a colpi di machete Kibaki e la sua corte. Ma da ieri l’unico vero presidente di tutti i kenioti è solo quello americano e Kibaki è il primo a capirlo. «La vittoria del senatore Obama è la nostra stessa vittoria - dichiara - le sue radici sono qui in Kenya e tutto il Paese è orgoglioso del suo successo».

La quintessenza dell’orgoglio, inutile dirlo, è tutta a Kogelo. Lì da mercoledì notte non si dorme. Lì un villaggio insonne riunito sotto i teli di plastica alzati dal fratellastro Malik, sfida freddo e pioggia, attende la lieta novella davanti all’enorme tv e al generatore acquistati assieme ai due buoi. A fremere, a sperare ci sono i sette fra fratellastri e sorellastre messi al mondo da Barack senior dopo il ritorno in Africa, più una cinquantina fra cugini e nipoti, e l’ottantasettenne nonna Sarah. L’incontenibile nonno Barack, padre di papà Barack, la sposò solo in terze nozze, ma poco importa. Due anni fa fu la più festeggiata e coccolata dal senatore in visita e così è lei nonostante l’età, ad aprire la sarabanda di danze e canti che all’alba parte dal tendone televisivo e conquista la nazione. «Non fatemi ridere troppo che se no schiatto subito» strepita l’arzilla nonna Sarah mentre la sorellastra Auma Obama già si vede ai fornelli della Casa bianca a cucinar «chapati» con la cognata Michelle. «Eccome se ci andrò - promette a chiunque l’incontri - i miei “chapati” sono i preferiti da Obama, tra qualche mese non potrà fare a meno d’invitarmi».

In attesa di attingere alla dispensa di Pennsilvanya Avenue a Washington parentado, amici e sostenitori si dividono i duecento polletti e le birre, rigorosamente di marca Senator, fatte preparare assieme a televisioni e buoi dal previdente Malik. In tanta generosità si nasconde un briciolo di speranza. «Mio fratello forse non s’occuperà direttamente del villaggio, ma crede in qualcosa. Saranno le persone che la pensano come lui – chiosa il fratellastro - a muoversi per migliorare la nostra vita». Detto fatto. A confermare tanta speranza ci pensano poche ore dopo venti tecnici della compagnia elettrica. Non sono mai passati di lì in trent’anni, ma all’improvviso lo «Yes we can» illumina ed elettrizza anche lo sperduto Kogelo. In poche ore la scintilla capace d’accendere l’antico villaggio di papà Obama fa brillare l’intera nazione. Lo «yes we can» diventa l’inno nazionale, l’«Obama mania» un esuberante sfogo di gioia nazionale. Da Mombasa a Malindi a Nairobi l’ubriacatura si alimenta a colpi di «senator» la birra dedicata al neoeletto, ma già insostituibile zio e presidente americano. Nella capitale un messianico Obama protagonista di un musical, si trasforma in un ispirato profeta capace di liberare l’universo dalla droga. E tra villaggi e bidonville l’urlo incontenibile delle folle disegna il grande sogno «Siamo tutti americani, siamo tutti alla Casa Bianca».