In Kenya i campioni diventano assassini

Dalla maratona alla mattanza. I corridori kaninji, simbolo e orgoglio dell'atletica kenyota, rischiano di trasformarsi nell'icona della crudele guerra etnica che divide il Kenya . Succede nella Rift Valley, su quell'altipiano di duemila e passa metri disegnato tra rocce della preistoria dove l'aria rarefatta trasforma i ragazzi kaninji in scattanti gazzelle. Iniziano a correre su quei sentieri e in quattro balzi staccano gli avversari sulle piste dell'atletica internazionale, dai quattrocento metri alla più squassante delle maratone.
Negli ultimi 30 anni le gazzelle kaninji hanno regalato al Kenya quasi la metà delle medaglie conquistate negli stadi dell'atletica internazionale. Negli ultimi cinquanta giorni quegli stessi fuoriclasse son diventati, secondo un'indagine dell'International Crisis Group, i capi manipolo o i protagonisti dei furiosi scontri, costati oltre mille morti, scoppiati dopo le elezioni di dicembre tra i gruppi fedeli al leder dell'opposizione Rail Odinga e le tribù kikuyo del presidente Mwai Kibaki.
Alcuni, secondo il rapporto, hanno ucciso o invitato a far strage degli avversari. Altri sono caduti durante le spietate battaglie a colpi di pietre, frecce e bastoni. Ovviamente i rappresentanti dello sport kenyota negano tutto e diffondono comunicati sdegnati. «Gli atleti amano la convivenza, si sono impegnati per organizzare incontri di pace, nessuno di loro è rimasto coinvolto negli scontri... Se l'avessero fatto sarebbero già stati arrestati», sostiene Isaiah Kiplagat, rappresentante degli atleti del Kenya. Il suo candore innocentista deve fare i conti con i resoconti raccolti nel rapporto dell'International Crisis Group.
Testimoni riferiscono che Lucas Sang, sottufficiale e campione degli 800 metri protagonista delle Olimpiadi del 1988, è stato massacrato a colpi di pietra nei dintorni di Eldoret mentre guidava una squadraccia kaninji impegnata nella caccia ai nemici kikuyo. Wesley Ngetich, 34 anni, vincitore di due maratone, è stato trafitto e ucciso da una freccia durante scontri analoghi. Alcuni degli ex atleti, come Sang, mettono a frutto quanto appreso nell’esercito dopo l'uscita dalle competizioni internazionali. «Molti di questi atleti - nota il rapporto - hanno esperienza militare e addestrano i militanti o comandano personalmente gli assalti».
Chi non partecipa alla mattanza mette a disposizione i proventi della sua carriera d'atleta per finanziare le squadracce impegnate nella guerra etnica. «Gli atleti - scrive il rapporto - hanno messo assieme delle fortune gareggiando in ambito internazionale e hanno trasformato alcuni dei depressi e dimenticati villaggi investendo in imprese agricole e proprietà. Le motivazioni per offrire denaro e mettere a disposizione mezzi di trasporto ai protagonisti dei raid sono in parte economici... Vogliono che i kikuyo vengano espulsi dalla regione per impossessarsi delle loro fattorie e delle loro proprietà».
La metamorfosi di questi atleti squadristi è ovviamente parte dell'aspro scontro tribale che divide il Kenya da quando il presidente Kibaki ha accentuato la concentrazione di potere e ricchezze nelle mani dei gruppi kikuyo. Molti degli atleti kaninji, ritrovatisi ai margini della vita nazionale nonostante le medaglie e il benessere accumulati, covano lo stesso risentimento dei membri più poveri delle tribù.