KEYS

nostro inviato a Parigi

E per forza si capisce subito perché, qui a Bercy, il pubblico inizia un applauso che non finisce più: Alicia Keys è una di loro, una ragazza di 27 o 28 anni (è l’unico mistero della sua vita) solo un po’ Superwoman, un po’ straordinaria, come dice una delle canzoni del concerto, perché ha una voce sfavillante e poche come lei sanno tenere il palco senza farlo pesare. D’accordo, facile da dire adesso che la sua No one è una «massive hit», uno di quei successi che gli inglesi chiamano così per dire che tutti l’hanno ascoltato almeno una volta tanto sono famosi. Però l’accoglienza di Parigi la dice lunga su quanto conti adesso il fattore K, la capacità di Alicia Keys di essere una diva come poche altre: cori estenuanti del pubblico e palco stellare, nel senso che è hollywoodiano come dimensioni e tecnologico come allestimento, con i ledwall che trasudano colori (bellissime le gradazioni di verde) e i sei ballerini che si muovono come su di un set. La sua, quella di Alicia Augello Cook, è davvero una Ghetto story, come dice il titolo della prima canzone che accende questo Palais tutto esaurito, pieno di francesi che in questa ragazzina rotondetta e mica tanto alta trovano quella melodia onnivora che sgretola tutto il resto, la differenza di lingua, di cultura, persino di interessi visto che lei è qui, canta e parla qui, ma il suo mondo sprizza America da ogni poro, come se lei non fosse mai uscita dall’Hell’s Kitchen di New York, dove ha vissuto con mammà Teresa e un bel po’ di sogni subito esauditi. E mentre lei canta Waiting for your love o You don’t know my name si capisce che il suo vero problema sono proprio i sogni nel senso che chissà come fa a trovarne di nuovi. A 21 anni ha debuttato con un cd che ha venduto dieci milioni di copie, Songs in A minor, con gli altri tre ne ha venduto trenta milioni in più ma non è solo questo che conta: conta l’intensità crescente con cui è seguita dal pubblico. Spieghiamoci: quando è stato pubblicato Songs, nella prima settimana ha venduto 235mila copie solo negli Stati Uniti. Al successivo The diary of Alicia Keys, gli acquirenti erano 618mila mentre a novembre, quando è uscito As I am, sono diventati 742mila e solo Norah Jones era riuscita a fare meglio. Insomma, in un mondo del pop fatto solo di fiammate improvvise, lei è in controtendenza: cresce senza sosta e succede a pochi. D’altronde canta, e va bene: e a Parigi (come ieri sera al Datch Forum di Assago tutto esaurito) si è sentito fino a che altezza arriva la sua voce. Però recita anche: e non è un caso se ha debuttato a solo quattro anni nel Bill Cosby Show della Nbc e ha già diviso il set con Ben Affleck e Andy Garcia in Smokin Aces o Scarlett Johansson in The Nanny Diaries dell’anno scorso. Qui, tutta vestita di Armani (i cui abiti danno al corpo la stessa eleganza della voce), si muove come una diva, sottolineando le parole di I need you o della nuova Like you’ll never see me again con i gesti teatrali e le movenze sinuose che mancano a molte sue colleghe che al confronto sembrano imbalsamate. Sarà che la musica di Alicia, un mellifluo impasto di pop, soul e hip hop talvolta straordinario come in Karma, è un passepartout per il bacino, che è obbligato a muoversi al ritmo del basso pulsante e della batteria dolce e rispettosa. O forse il merito è altro. È della naturalezza con cui questa ragazza attraversa la vita e le canzoni, si impegna con Bono contro l’Aids in Africa, lamenta che It’s a mans world, ossia che è un mondo di uomini, e perciò non rivolge più la parola al suo padre fedifrago ma poi, quasi alla fine qui in un palasport fradicio, si lascia andare in una No one che è il canto languido e solitario di una diva del pop che cerca nuovi sogni perché i suoi li ha finiti prima del previsto.