Khamenei gela le aperture di Obama

La Suprema Guida: "Non noto i cambiamenti di cui parlate, finora sono
solo parole, io voglio vedere fatti concreti". Ma il presidente
americano starebbe scrivendo una lettera in cui chiederà ufficialmente
agli ayatollah di aprire un negoziato

Forse non è finita, forse neppure il solenne “niet” alle “avances” di Barack Obama pronunciato ieri dalla Suprema Guida iraniana Alì Khamenei fermerà il presidente americano. A dar retta alle indiscrezioni pubblicate dal quotidiano Boston Globe, Obama starebbe già scrivendo una lettera in cui chiederà alla suprema autorità politica e religiosa iraniana di avviare un dialogo sul programma nucleare di Teheran e sul ruolo della Repubblica islamica in Afghanistan e in Irak. Quella lettera, di cui parlano due alti diplomatici europei reduci da una serie d’incontri al Dipartimento di Stato, segnerebbe una svolta storica e rappresenterebbe il primo contatto diretto e formale tra i leader dei due Paesi dopo la rottura dei rapporti diplomatici decisa dopo la rivoluzione khomeinista del 1979.
Per ora però la Casa Bianca deve fare i conti con il secco “no” di Alì Khamenei. «Se cambierete il vostro atteggiamento lo cambieremo anche noi», tuona la guida suprema iraniana rivolgendosi ai fedeli accorsi nella città santa di Mashad per le festività del Nowruz, l’anno nuovo iraniano. «Fino ad ora non abbiamo visto nessun cambiamento - attacca Khamenei - cosa c’è di veramente nuovo nella vostra politica, avete cancellato le sanzioni? Avete smesso di appoggiare i sionisti? Spiegateci cos’è cambiato perché dalle parole del nuovo presidente non siamo in grado di capirlo... Il cambiamento deve essere reale».
Nella sfilza di situazioni in cui Khamenei non vede mutamenti si nascondono gli impossibili “desiderata” del regime di Teheran, gli sbarramenti che tengono a distanza i due nemici. Il primo si chiama Israele. Chiedere a Obama di ridimensionare i legami con il più stretto alleato dell’America in Medio Oriente è come chiedergli di cambiar natura. Chiedergli di sospendere le sanzioni come condizione per il dialogo è come dire concedeteci il nucleare. Il discorso riassume, insomma, l’impossibilità di un riavvicinamento.
Ma il “niet” di Khamenei è anche la reazione di un leader spiazzato dall’offensiva comunicativa di Obama a meno di tre mesi da quelle presidenziali di giugno in cui i riformisti tenteranno di tornar in gioco. Accondiscendere ad Obama significherebbe mettere a rischio il presidente Mahmoud Ahmadinejad e quei falchi del regime che considerano l’America come il Grande Satana in eterna lotta con i principi della Repubblica islamica.