Khamenei tira dritto sul nucleare Annan cancella il viaggio a Teheran

La guida spirituale: «Non vogliamo violare i diritti di nessun Paese, guai però a chi cercherà di negare i nostri» Dal segretario Onu solidarietà a Israele

Gian Micalessin

Alla fine a metter i puntini sulle «i» arriva il numero uno, la suprema guida, l'erede dell'Imam Khomeini. Quasi dieci giorni dopo le minaccia del suo presidente Mahmoud Ahmadinejad di cancellare Israele dalla carta geografica la suprema guida Alì Khamenei sale in cattedra e indica la retta via. «Non attaccheremo e non violeremo i diritti di alcun Paese del mondo - chiarisce Khamenei - ma non tollereremo neppure che i nostri diritti vengano violati da nessuna grande potenza». Dopo le accuse a Israele, ieri è arrivata anche una dura presa di posizione dell’Onu. Il segretario generale Kofi Annan ha infatti cancellato la visita a Teheran prevista nel suo viaggio in Medioriente: «Non è il momento opportuno», ha detto.
La parziale rettifica di Khamenei delle minacciose parole di Ahmadinejad è stata seguita da un orgoglioso moto di sfida alle grandi potenze occidentali. Una sfida che, sembra di capire, non si concentra tanto sulla questione israeliana, ma piuttosto su quel contenzioso nucleare innescato dalla volontà iraniana di procedere sulla strada dell'energia atomica e dell'arricchimento dell'uranio nonostante l'opposizione e i sospetti di Europa, Stati Uniti e Agenzia internazionale dell'energia atomica. Ma le precisazioni di Alì Khamenei, a cui l'ordinamento iraniano riconosce il ruolo di interprete della legge per diritto divino, sono importanti anche per il luogo e il contesto in cui vengono espresse. Il luogo è l'immenso piazzale dell'Università di Teheran, centro della preghiera del venerdì pronunciata in occasione dell'Eid Al Fitr, la solenne festa di fine Ramadan. Il contesto è quello di una platea in cui, assisi ad ascoltare le parole del supremo leader, si ritrovano il presidente Mahmoud Ahmadinejad e le altre maggiori autorità del Paese. Le parole pronunciate durante il sermone diventano, insomma, indicazione e fonte di legge anche per loro. E da lassù Alì Khamenei impartisce una duplice lezione. La prima al troppo irruente Ahmadinejad non ancora avvezzo a misurare le parole con le regole della diplomazia. La seconda al mondo intero colpevole di voler imporre le proprie regole al popolo iraniano e bloccare la sua corsa verso il nucleare. E per far fronte alle minacce delle grandi potenze l'ayatollah invita i fedeli a far quadrato intorno alla questione del nucleare. «Tutti voi avete dimostrato - dice l'ayatollah - che quando vi ponete un obiettivo, lo perseguite con serietà fino al suo raggiungimento».
La sfida viene poi ribadita ricordando con altrettanto orgoglio e senza ravvedimento la presa dell'ambasciata americana di Teheran avvenuta esattamente 26 anni fa. «L'occupazione del nido di spie - ha ricordato Khamenei - è diventata un simbolo della capacità del popolo iraniano di ribellarsi all'oppressione e all'ingiustizia». Non più tardi di 24 ore prima centinaia di iraniani avevano celebrato la ricorrenza dando fuoco a decine di bandiere americane e israeliane.
La polemica sulle minacce a Israele ha però lasciato un solco difficile da colmare nei rapporti con l'Italia. In risposta alla manifestazione di giovedì sera intorno all'ambasciata iraniana di Roma alcuni gruppi di studenti radicali preannunciano una nuova contro-manifestazione per il prossimo 15 novembre sotto le finestre della nostra rappresentanza diplomatica. E fanno sapere di aver scelto quella data per ricordare la morte del «martire» Edoardo Agnelli ritrovato suicida proprio il 15 novembre del 2000 ai piedi di un cavalcavia. Riprendendo la leggenda maturata nella repubblica islamica secondo cui il figlio dell'Avvocato si sarebbe convertito alla religione sciita dopo un incontro con l'imam Khomeini e sarebbe poi rimasto vittima di un «complotto sionista» per impedirgli di ereditare l'azienda di famiglia, gli integralisti iraniani hanno già trasformato la sua immagine in quella di martire. Un martire simbolo dell'influenza e del potere di cui godrebbe quel nemico sionista vero ispiratore, secondo l'opinione ufficiale diffusa dalle autorità iraniane, della manifestazione romana.
Gli Stati Uniti hanno intanto chiesto l'immediato rilascio del giornalista iraniano Akbar Ganji per ragioni di salute. Incarcerato e condannato dopo aver pubblicato un dossier in cui accusava esponenti di primo piano dei servizi di sicurezza per l'eliminazione di un gruppo di dissidenti uccisi nel ’99 il giornalista è in carcere da oltre cinque anni. Pochi giorni fa sua moglie ha lanciato un appello per la sua liberazione accusando le autorità di torturarlo senza fornirgli cure mediche.