Il kibbutz infranto

Quando penso all’idea di socialismo piena di sogni di fraterna convivenza, di cooperazione nel lavoro, di equa distribuzione dei profitti: insomma, a quel socialismo utopico che si legge nei trattati ottocenteschi, come quelli scritti da Proudhon o da Fourier, mi vengono in mente i kibbutz israeliani.
Ore e ore di strada coperta di sabbia rossa e, attraversando il deserto del Negev, assecondi i suoi rilievi, gli improvvisi avvallamenti, le curve paurose strette in una gola... e poi ecco d’incanto apparire in lontananza una distesa verde come un’oasi, come il miraggio di un’oasi.
Non è un miraggio, ma certo è un sogno che è diventato realtà. Questo è il kibbutz nel deserto. Gli israeliani sono riusciti a sostituire la sabbia e le pietre del deserto con olivi e agrumeti. L’assenza di vita ha lasciato il posto alla vita, all’energia che fa crescere alberi, fiori e tanti bambini, bambini dappertutto, figli di genitori giovanissimi che hanno costruito case, scuole, sinagoghe.
Una visita al kibbutz è un’esperienza che ho sempre suggerito e continuerò a suggerire anche se, sono convinto, perderanno le loro caratteristiche fondamentali. La prima sensazione che si riceve è l’ordine. Il filosofo Spinoza diceva che l’ordine e la relazione ordinata tra le cose corrisponde all’ordine mentale, all’ordine delle idee. Mai verità filosofica ha avuto tanta concreta realizzazione nelle forme di vita, nei modi di organizzazione della quotidianità in un kibbutz.
A precise regole di comportamento corrisponde una precisa distribuzione di funzioni e compiti sociali, con la prerogativa, però, che tutti sono nelle condizioni di poter e dover assumere gli incarichi che in quel determinato momento sono svolti da altri. I beni prodotti vengono distribuiti nella comunità secondo le esigenze collettive, e i profitti investiti per il miglioramento dell’attività economica del kibbutz.
È un esempio, appunto, di quel socialismo utopico vagheggiato nell’Ottocento e rimasto soltanto nelle pagine dei libri. Ma con quel socialismo non hanno a che fare i due pilastri su cui appoggia la struttura sociale del kibbutz: il sentimento religioso che dà una forza identitaria immensa e la presenza del nemico, un nemico politico e religioso.
I coloni ebrei che si sono spinti oltre i confini incerti e continuamente discussi da trentasette anni (dalla guerra dei Sei giorni) hanno costruito nel deserto queste oasi di civiltà rischiando la vita non per motivi economici ma per amore di un’idea di organizzazione sociale dominata dallo spirito religioso intorno al quale si poteva costruire anche una diversa razionalità produttiva. La presenza del nemico, oltre il proprio recinto, ha conferito grande solidità e coesione alla vita della comunità. Nella sua casa il colono, accanto alla zappa, ha il mitra, e armato va a lavorare.
Naturalmente questi insediamenti furono non solo ammessi, ma più o meno esplicitamente favoriti in questi ultimi trentasette anni dal governo israeliano, e non a caso proprio il loro smantellamento rappresenta una decisiva azione di distensione compiuta da Sharon nei confronti dei palestinesi. Gli osservatori politici si chiedono perché il presidente di Israele abbia preso questa decisione che è unilaterale e a cui non corrisponde alcuna iniziativa analoga da parte palestinese. Si tratta di un gesto simbolico: sono ottomila i coloni che devono lasciare la loro terra. Soltanto ottomila persone: un numero di persone tanto piccolo e sufficiente per compiere un gesto politico di enorme valore simbolico, compreso bene dai palestinesi moderati e desiderosi di un’intesa con Israele, ma anche da quegli israeliani che sanno cosa significhi un kibbutz nel deserto, circondato dai palestinesi.
Il 17 agosto è la data dello sgombero dei coloni. Ci saranno ovviamente tensioni e forse scontri, ma sarà rispettata la decisione di Sharon, che, al di là dei futuri esiti politici è destinata a chiudere una pagina culturale fondamentale del popolo di Israele.