KIESLOWSKI Dal Decalogo ai capolavori «a colori»

Da mercoledì al 23 settembre, allo Spazio Oberdan, rassegna dedicata al regista polacco scomparso

Il caso, inteso come perfido destino che si fa beffe della volontà e della determinazione dell’uomo condizionandone, suo malgrado, trame e destini, ha avuto in Krzysztaf Kieslowski un fine osservatore e studioso. Al regista polacco, scomparso prematuramente a 55 anni, è dedicata una interessante rassegna, in programma, da mercoledì al 23 settembre, alla Cineteca Italiana, dal titolo «Modernità e avanguardia». Un’occasione per potersi gustare quel piccolo capolavoro che è Il caso, in Italia distribuito con il titolo di Destino Cieco. Attraverso questa pellicola l’autore, uscito da quella fucina di talenti che è stata la scuola di Lodz, affida alle vicende del suo protagonista un interessante approfondimento sulle conseguenze del fato. Come cambia la vita di un uomo in virtù del fatto che lo stesso sia riuscito, un giorno, a prendere o a perdere un treno? La memoria va subito al soggetto del più famoso Sliding Doors, di Peter Howitt, che, non a caso, ne rappresenta il remake, pur se con sceneggiatura commerciale. È chiaro che se si parla di Kieslowski, i primi pensieri vanno immediatamente ai suoi due capolavori riconosciuti, ovvero Il Decalogo e la celebre trilogia dei Tre Colori. Nel prima caso, si tratta di dieci film, di un’ora ciascuno, ognuno dedicato ad un particolare comandamento; il tutto, attraverso il racconto di altrettanti casi giudiziari o di cronaca, che consentono di rivisitare, in chiave moderna, il decalogo biblico. Film Blu, Film Bianco e Film Rosso, invece, si ispirano alla bandiera francese e ai principi della sua Costituzione, quelli della libertà, della uguaglianza, della fratellanza. Tutte opere che insieme ad alcuni corti e ad altre due pellicole significative come La doppia vita di Veronica e Breve film sull’amore, saranno proiettate allo Spazio Oberdan.
Oltre che per i film di Kieslowski, la rassegna prevede, negli stessi giorni, anche un adeguato spazio dedicato ad un altro regista polacco, meno cosciuto ma ugualmente significativo, ovvero quel Zbigniew Rybczynski, anche lui cresciuto, non a caso, nella scuola di Lodz. Attivista di Solidarnosc, costretto a fuggire dalla Polonia dopo il colpo di stato di Jaruzelski, il videoartista finisce, dopo varie peregrinazioni, negli Usa dove fonda la sua casa di produzione, la Zbig Vision. È qui che inizia a lavorare sui suoi videoclip (realizzando, tra gli altri, quello per Imagine di John Lennon), su corti e lungometraggi. I suoi lavori in computer grafica, surrealisti, rappresentano un interessante sguardo sperimentale sul futuro dell’immagine creativa.