Il killer che mozza le mani? Un amico

nostro inviato a Varese

Da oggi torneranno a respirare, e a raccontarsi che mai e poi mai l'avrebbero sospettato, le cinquemila anime di Cocquio Trevisago. Sullo sfondo del monte Rosa che nei giorni tersi si colora, non c'è un mostro sanguinario pronto a colpire alla cieca, follemente, un maniaco satanista a caccia di macabri feticci che si aggira nel loro paesello alle porte di Varese. Magari per tornare ad uccidere a caso.
Un mostro c'è, ma chi ha massacrato l'ottantaduenne Carla Molinari, con un’arte degna di un macellaio, aveva un motivo. Quanto preciso ancora non capisce. Questioni di soldi dice qualcuno, altri parlano addirittura di una storia d'amore. Dall'altra notte, tra decine di persone interrogate, una è finita sul registro degli indagati. Poi nel pomeriggio in manette. Si tratta di un cinquantottenne, vedovo, residente in un borgo vicino, Ispra, sedicente imbianchino. Sarebbe stato lui a dilaniare con quindici coltellate la vittima, a cercare di decapitarla e ad amputarle la mani facendole sparire non si sa dove. Un delitto tanto feroce quanto inspiegabile, da annoverarsi come unico in Italia. È una giornata convulsa quella di ieri tra questura e palazzo di giustizia.
Il questore di Varese Marcello Cardona, varcando il portone tiene la bocca cucita: «Stiamo finendo di redigere gli atti che consegneremo ai pm». Intorno alle 4 del pomeriggio, insieme col capo della mobile e gli esperti dello Sco si presenta davanti al procuratore capo Maurizio Grigo. Per chiedere di firmare l'ordine di arresto. La firma arriva, l'accusato, però, non confessa. E' basso, tarchiato, esce coprendosi il volto. Toccherà al gip, nelle prossime quarantott'ore decidere se gli indizi a suo carico sono sufficienti per incastrarlo. Si chiama Giuseppe Piccolomo, e il suo non è nome sconosciuto alla giustizia: nel 2003 sua moglie morì carbonizzata in un incidente d'auto e per questo lui fu condannato. All'epoca tutti pensarono a una fatalità.
Fino a ieri investigatori ed inquirenti avevano preso in considerazione tutte le ipotesi per cercare di risolvere il rompicapo Molinari. Rapina finita male, delitto premeditato, rancori in famiglia. Studiando e ristudiando gli stani particolari di quadro noir in cui troppe tracce apparivano come un tentativo di depistaggio. Le chiavi della villetta di via Dante regolarmente nella toppa, la porta segna segni di scasso, tutti elementi che lasciavano supporre che la vittima conoscesse il suo assassino. Che gli avesse aperto. Oppure, come ipotizzavano, alcuni suoi i vicini di casa, che il killer fosse entrato nella villetta approfittando dell'uscita della donna per portare la spazzatura. Non solo: impronte di scarpe da ginnastica, numero 38-39, lo stesso della vittima, erano in tutta la casa ma in diversi percorsi sembravano seguire traiettorie senza senso. In alcuni punti erano appaiate, come per la conseguenza di un salto. Insensate, tanto da far pensare che il killer volesse confondere le acque. Ipotesi valida anche per i quattro mozziconi di sigaretta senza cenere accanto e ritrovati per terra: erano di quattro marche diverse, e la vittima non fumava. Così come avrebbero potuto essere frutto di un tentativo di depistaggio la cerniera slacciata dei pantaloni (forse per far credere a una violenza?) oppure le carte lasciate sui cassetti e la cura sistematica nello svuotarli tutti, come si volesse suggerire la teoria di una rapina o un furto.
Nell'appartamento non c'erano altri segni i disordine o colluttazione, a parte uno sgabello per terra accanto al cadavere. Infine l'assassino, dopo il massacro, aveva riallacciato la cerniera del maglioncino di Carla, sicuramente prima aperto perché intonso a dispetto delle quindici coltellate. Ma perché tagliarle mani e poi farle sparire? Un lavoro che, secondo gli inquirenti, costrinse l' assassino a «lavorare» per non meno di mezz'ora.