Il killer confessa dopo 26 anni ma non si sa chi è il morto

Il pentito ha 50 anni, è calabrese ed è un importante collaboratore di giustizia dei pm. Durante una rapina in piazza Piola uccise un tabaccaio: in procura il fascicolo non c’è più e l’uomo è senza identità

Si sa solo che il tabaccaio si chiamava Nicola ma lo chiamavano Nicolino e che un Giuda aprì la porta ai suoi assassini una sera di ventisei o ventisette anni fa, in piazza Piola. Se questo fosse un telefilm americano, uno di quelli in cui una squadra speciale dà la caccia ai «cold cases», i delitti lontani nel tempo, da qualche parte ci sarebbe un fascicolo o un file di computer preciso e ordinato, con tutti gli elementi raccolti all’epoca della morte di Nicolino, i rilievi della Scientifica, eccetera. Invece siamo nella realtà. E a Milano quel vecchio fascicolo nessuno sa dove sia finito, forse mangiato dai topi nell’archivio della Procura, forse smarrito in Questura tra un riordino e l’altro.
Così adesso che è accaduta una cosa straordinaria - un assassino che dopo un quarto di secolo confessa un omicidio per cui nessuno lo sospettava - si fatica a dare un nome preciso non al colpevole ma alla vittima. I genitori di Nicolino ormai sono morti senza sapere chi aveva ucciso il loro unico figlio. Ma ci sono una vedova e un orfano - o forse due orfani, anche questo è vago - che avrebbero diritto di ricevere una di quelle visite che si vedono nei telefilm: «Signora, abbiamo scoperto chi è stato».
Ad uccidere Nicola fu Luigi Cicalese, che oggi ha quasi cinquant’anni ed è il più importante «pentito» in mano alla Procura di Milano. Cicalese ha raccontato di imprese criminali nell’arco di una vita. E ha anche descritto il primo delitto che commise a Milano, appena arrivato dalla Calabria. «Il piano era che mentre usciva fuori a buttare la spazzatura, noi lo bloccavamo e entravamo insieme. Un amico di Marco aveva lasciato aperto il portone».
È stato quest’uomo, quello che ha le chiavi del portone su via Pacini e lo lascia aperto per fare entrare i banditi, a dare la «dritta» a Cicalese. Un inquilino del palazzo? Un altro negoziante? Cicalese non lo sa.
«Appena il proprietario del bar ha aperto la porta per portare l’immondizia fuori, Luigi si è infilato dentro. È successo tutto in un attimo. Il figlio del barista, sentendo le urla del padre, è venuto con un bastone e si è messo a picchiare Luigi. Io gli ho gridato “fermo, fermo”. Questo andava avanti. Io gli ho gridato di fermarsi. Ho sparato e l’ho preso nella pancia. Ho sparato un colpo solo e mi sono reso conto di averlo colpito». I banditi scappano. Nicolino muore. Fine del verbale.
Sono passati ventisei anni, o più. Ma il bar-tabacchi di piazza Piola esiste ancora. Bisogna partire da qui, per cercare di dare un volto alle ombre che popolano questa storia. La piazza è ancora identica. Il bar dentro è cambiato, popolato di videogiochi e schede del Superenalotto. Di quel che accadde allora si ricorda solo un pizzaiolo in pensione che gioca al videopoker. «Me lo ricordo, il giorno che uccisero il figlio del tabaccaio. Si chiamava Nicola, ma il cognome non me lo ricordo. Dopo di allora la tabaccheria è passata di mano varie volte». Non c’è più il fioraio, non c’è più la tappezzeria. Dei commercianti di un tempo, è rimasta solo la pasticceria Grecchi. «Sì, si chiamava Nicola ma tutti lo chiamavano Nicolino perchè era magro e non tanto alto. Ma il cognome non me lo ricordo». Dove sono andati, dopo, i genitori? La moglie? «Non lo so».
É morto anche Gherardo Rocco, che comprò la tabaccheria dopo il delitto. Ma è ancora viva sua moglie: «Sì, mi ricordo. Il ragazzo ci dava l’anima, in tabaccheria, era la sua vita. Quando morì, i genitori dovettero vendere subito, perché da soli non riuscivano a mandarla avanti, e la moglie di Nicolino non aveva neanche la forza per metterci piede, dove era stato ucciso suo marito. Vede, nella saletta dove era stato ucciso si vedeva ancora il buco del proiettile sul muro. E si vedeva ancora quando siamo entrati noi». Sì, ma Nicolino come si chiamava? «Il cognome no, non me lo ricordo. É passato troppo tempo».
Sì. É davvero passato troppo tempo.