Il killer dc che ha steso anche D’Alema

Franceschini ci crede. Il potere, anche per lui, logora chi non ce l’ha. Arrivato per caso al vertice del Pd, prova a conquistare il partito. Chi lo conosce sa che non sbaglia un colpo. È stato il primo dei mariniani, il primo dei rutelliani, il primo dei veltroniani, per due settimane ha convinto D’Alema di essere lui quello che l’ex premier cercava. Improvvisi amori, repentini tradimenti: è questa la filosofia di vita di Franceschini. È il più furbo di tutti, come stanno capendo, a loro spese, le vecchie volpi dell’ex Botteghino. Nel giro di venti giorni ha liquidato Veltroni. Addio al partito leggero, al partito a vocazione maggioritaria, alla tentazione di porre fine all’antiberlusconismo. Franceschini è tornato alle vecchie certezze: tessere, alleanze, scontro frontale con il Cavaliere. Qualcuno nel Pd è soddisfatto, più d’uno teme che sarà un problema serio mandarlo via.
L’elenco delle vittime di Franceschini è già molto lungo. I veltroniani sono in cima alla lista e già si organizzano in corrente per cercare di non scomparire assieme al capo. Forse Veltroni sperava che l’erede mantenesse vivo il suo ricordo ma l’assedio di D’Alema e il golpe di Franceschini hanno per ora chiuso la partita.
Le prime vittime sono anche fra i popolari e gli ex Margherita. L’elenco si apre con Fioroni declassato dall’organizzazione agli enti locali. Non solo, il leader reatino ha anche subito l’offesa di vedere entrare al suo posto in segreteria il suo pupillo Fabio Melilli, presidente della provincia di Rieti, catturato dal nuovo segretario. Da vero dc, Franceschini non ha solo spodestato Fioroni ma ne ha occupato il territorio. Un’altra vittima è Rutelli. L’ex sindaco di Roma, abituato ad una difficile convivenza con Veltroni, si trova viceversa sospinto dal «cattolico adulto» Franceschini nel ruolo di conservatore neo-cattolico, esposto alle contumelie dei laici e dei cattolici anti-ratzingeriani. Mai come ora Rutelli ha un piede fuori dal Pd.
La vera vendetta della storia Franceschini la sta consumando nei confronti degli ex ds. Questi non possono fare a meno di lui. Ne hanno addirittura bisogno per dimostrare che il nuovo partito non è la prosecuzione delle formazioni politiche post-comuniste. Franceschini li ha giocati alla grande. Si è messo alla sinistra di D’Alema nel rapporto con la Cgil e sulle riforme istituzionali ha fatto sparire ogni traccia di innovazione. Ma soprattutto ha scompaginato il campo dalemiano. La vittima eccellente è stata Pierluigi Bersani. Espulso dalla segreteria, ridotto ad esperto di economia, Bersani si è visto scavalcare dal corregionale Errani. Gli emiliani hanno salutato Errani come il primo di loro al vertice del Pd. D’un colpo la breve stagione dell’emiliano Bersani è stata cancellata come nei ritratti che Stalin epurava a mano a mano che i suoi colleghi, caduti in disgrazia, sparivano.
Per D’Alema è stato un colpo duro. Lo schema di Franceschini è semplice. Sa di non avere grandi chances, deve solo dimostrare di saper portare il Pd ad un livello elettorale di sussistenza. A lui non è chiesto il miracolo della grande rimonta ma quello dell’arresto della frana. Se ce la fa sarà intoccabile. E per farcela, Franceschini ha accettato di convivere con le correnti, ha aperto un nuovo fronte con il governo, ha allacciato rapporti con il territorio. La tattica ha un nome caro alla politica degli ex dc. Si chiama logoramento. Il nuovo segretario affida ben poche possibilità all’ipotesi di capovolgere lo stato delle cose. Sa di dover convivere con Berlusconi. Preferisce allora cercare il voto di nicchia, quello degli anti-berlusconiani irriducibili. Nello scontro interno ha capito che nessuno dei capicorrente può dare il segnale della battaglia finale, pena il crollo del Palazzo. Di qui la scelta di far vivere le vecchie correnti e di crearne una gigantesca di apparato con le nuove leve e il potere locale. Gli ex ds vengono spiazzati sul loro stesso terreno, con i loro stessi uomini.
Al vertice del Pd è salito, quindi, il più doroteo dei democristiani che dovrà misurarsi con D’Alema, il più doroteo degli ex comunisti. Finora gli avversari dell’ex premier, da Prodi a Rutelli, da Amato a Veltroni, si erano rivelati fragili ed ha avuto buon gioco D’Alema a logorarli e a sconfiggerli. Ora ha di fronte un democristiano doc che si piega ma non si spezza. Non lo può attaccare da sinistra ne è tempo di attacchi da destra. Vittima delle sue macchinazioni, l’ultimo D'Alema rischia di farsi male con il primo e il secondo Franceschini.