Il killer degli scacchi: ha ucciso una persona per ogni casella

Era proprio Alexander Pichushkin il serial killer degli scacchi. Lo
avevano arrestato lo scorso 18 giugno a Mosca con l’accusa di avere
ucciso a martellate la sua collega di lavoro

Massimo Polidoro

Era proprio Alexander Pichushkin il serial killer degli scacchi. Lo avevano arrestato lo scorso 18 giugno a Mosca con l’accusa di avere ucciso a martellate la sua collega di lavoro. Solo dopo un estenuante interrogatorio dell’ispettore Iskandar Galimov, filmato e trasmesso dal canale russo Ntv due settimane fa, Pichushkin ha confessato. Non ha ucciso solo la collega ma è proprio lui il «Maniaco di Bitsevsky», un parco boscoso di Mosca dove negli ultimi quindici anni sono state uccise a martellate altre 62 persone. Voleva arrivare a quota 64, tante quante sono le caselle di una scacchiera.
Pichushkin, infatti, oltre che dalla vodka sembra essere ossessionato dagli scacchi. Nel Paese dei più grandi scacchisti del mondo, sembra quasi normale che una mente malata potesse crescere con l’idea di trasformare un gioco intellettuale e tranquillo come quello degli scacchi, in una sfida mortale alle forze dell’ordine. Nel suo interrogatorio, Galimov è riuscito a superare le resistenze di Pichushkin, provocandolo, fino a farlo crollare.
«Perché ha ucciso la signora Moskaleva, la sua collega, ha forse respinto le sue avance?». Pichushkin, immobile sulla sedia, cerca di svicolare. «No, io...».

«Lo ammetta, le piacciono le tardone. Non è un reato. L’ha portata nel bosco, quella l’ha respinto e lei le ha spaccato la testa con un martello. Lei è solo uno squallido depravato. Lo ammetta!»
«No!», urla Pichushkin scattando in piedi e facendo cadere la sedia sul pavimento. I due agenti alle sue spalle scattano per afferrarlo, ma Galimov fa loro segno di non muoversi. Nulla doveva interromperlo.
«Non è così! Non è affatto così» grida ancora Pichushkin.
«Ah, no? E allora com’è?»
«Voi non avete capito niente. Volete la verità? E allora vi dirò io la verità. Cercate il maniaco di Bitsevsky? Ebbene... sono io».
A Pichushkin brillano gli occhi, mentre parla. «Io», ripete puntandosi un dito al petto. «Marina era solo una delle tante. Non significava nulla per me. Era solo una pedina di un disegno più grande». Sorride mentre lo dice. «Perché ride?» gli chiede Galimov. Pichushkin scuote la testa. Raccoglie la sedia da terra e si siede. «Rido perché da tempo aspettavo questo momento e adesso che è arrivato mi sento sollevato». Galimov rimane calmo. Ha bisogno di maggiori dettagli. «Che cosa intende per “disegno più grande?”». Pichushkin risponde con un’altra domanda: «Lo sa da quanto tempo faccio questa vita? Dal 1992. Sono quindici anni che vado avanti. Quell'anno uccisi il mio compagno di studi. Non provai nulla. E poi continuai. Sceglievo soprattutto vecchi, uomini e donne. Sono più deboli. Una ventina li conoscevo. Gli altri li sceglievo a caso, al parco. Offrivo loro un sorso di vodka, si iniziava a chiacchierare e quando meno se lo aspettavano... bang! Colpivo con il martello alla nuca. Dopo la prima dozzina mi venne in mente qual era il piano grandioso che avrei dovuto portare a termine: uccidere una persona per ognuna delle caselle degli scacchiera, 64. Altro che Kasparov, sarei stato io il più grande scacchista del mondo!».

Galimov ha la confessione che cercava. Il mostro di Bitsevsky non ucciderà più nessuno. Lo aveva sospettato subito che fosse Pichushkin, solo non c'erano abbastanza prove per incastrarlo. Ora, aveva provveduto lui stesso.
«Me ne mancavano solo un paio per completare l'opera, ma non potevo attendere oltre».
Galimov corruga la fronte. «Ma sì», continua Pichushkin, che ormai è un fiume in piena. «A febbraio, quando avete arrestato quel balordo di un transessuale. Gli avete trovato un martello nella borsetta e subito avete detto di avere preso il maniaco. Non ci potevo credere. La mia impresa attribuita a un degenerato simile! Per questo ho ucciso Marina. Lo sapevo che aveva appena parlato con il figlio e gli aveva detto di essere in mia compagnia. Volevo che mi prendeste e alla fine ci sono riuscito. Ora nessuno potrà più togliermi il merito».
Galimov fa cenno agli agenti di portarlo via.
Mentre lo ammanettano, Pichushkin alza gli occhi verso il tenente. Non sorride più. «Se non mi aveste preso - dice con una voce fioca - non sarei mai riuscito a smettere».
E forse è andata proprio così.