Il killer: «Ho fatto tutto da solo» E a 53 anni uscirà dal carcere

Uno studente della buona borghesia norvegese. Diligente, socievole. E con un pallino: stare al centro dell’attenzione, diventare il leader del gruppo. Un obiettivo mancato che trasforma il piccolo Anders in un adolescente problematico. Comincia forse da qui la metamorfosi di Anders Behering Breivik, il killer di ghiaccio, il norvegese che ha massacrato 93 persone, quasi tutti ragazzi finiti dal fuoco del suo fucile mentre imploravano la salvezza. O forse è a questo punto la metamorfosi si fa più evidente agli occhi di Victor, suo compagno di scuola per nove anni (ma il nome è di fantasia, nel timore di ritorsioni da parte di eventuali complici).
È lui che racconta ai microfoni di Studio Aperto gli anni fra i banchi: «Giocavamo a calcio, correvamo i cento metri e pattinavamo insieme. Tutti i sabati ero a casa sua, con sua madre e sua sorella». Tutto fila liscio, fino a quando Anders si rende conto che il sogno del leader resterà solo una fantasia. Il bimbo sorridente comincia a isolarsi e si trasforma in un lupo solitario. Ha dodici anni. Il tempo in cui comincia a interessarsi di religione, politica e videogiochi. Anders si vanta di flirt che gli amici liquidano con diffidenza e diventa ossessionato dalla cura del corpo. Poi il viaggio in California dalla sorella, quella di cui tutti erano innamorati. «Capii immediatamente che si era rifatto la fronte, il naso e il mento».
Vite che si incrociano e si perdono. Come quella tra Anders e suo padre. Dal 1995 i due non hanno contatti. Fino a quando l’uomo scopre dai giornali - «è stato uno choc, non mi sono ancora ripreso» - che l’autore della strage, il finto poliziotto che ha trucidano decine di giovani inermi, 93 vittime in tutto, è il figlio con cui lui non ha mai vissuto. È Anders, il trentaduenne che oggi comparirà davanti al tribunale per rispondere del doppio massacro: quello nel pieno centro di Oslo e quello al raduno sull’isola di Utoya. Da bimbo timido a spietato assassino. Ecco il percorso del «biondo», l’uomo che su Facebook si definiva «cristiano, conservatore e anti-islamico», il giovane che - parole del suo avvocato - «voleva una crociata anti-musulmana», che aveva il pallino dei Templari e aveva pubblicato su Internet 1.500 pagine deliranti in inglese, con pseudonimo, oltre a un video di 12 minuti (ma non è ancora certo che sia stato lui a postarlo su YouTube). Ora Anders rischia 21 anni di carcere. Appena. È questa la condanna massima prevista dal Codice penale norvegese e che in molti ormai mettono in discussione perché consentirebbe all’assassino di uscire di prigione a 53 anni.
Finora il killer ha collaborato, a cominciare dalla confessione. Ma ritiene di non aver «fatto nulla di riprovevole», spiega il suo avvocato. Anders insiste: ho agito da solo. Eppure la polizia non ha ancora del tutto escluso l’eventuale partecipazione di uno o più complici. Ieri però un buco nell’acqua: gli agenti passano al setaccio le case dei neonazisti schedati, compiono un raid in un garage della capitale e arrestano sei persone, ma poco dopo l’operazione si chiude con il loro rilascio. Nessun esplosivo e nessun legame con la strage. Un buco nell’acqua che si consuma mentre la polizia deve giustificarsi per il ritardo nell’intervento (un’ora tra la prima telefonata di richiesta di aiuto e l’arrivo sul posto) e racconta che Anders aveva ancora molte munizioni quando è stato arrestato.
Oggi i giudici decideranno sulla sua detenzione e se tenere le udienze a porte aperte o chiuse. L’ex bimbo con la voglia di stare al centro dell’attenzione ha fatto sapere di volere un processo pubblico. Aveva previsto tutto: il massacro, concepito già dai tempi del pamphlet, nel 2002, e pianificato «a lungo», almeno dall’autunno 2009. E aveva previsto anche il marchio che gli sarebbe rimasto addosso. Quello di «mostro», «il più grande mostro dalla Seconda guerra mondiale in poi».
Eppure in Norvegia non c’è aria di giustizialismo. Il premier Jens Stoltenberg insiste: la risposta alla carneficina non può che essere «più democrazia, più apertura, più umanità, ma senza ingenuità». Una lezione. Ma anche la benzina che ha infiammato Anders.