Il killer di Manuela: «Era il diavolo, l’ho uccisa»

La giovane aveva scelto quel lavoro dopo aver assistito per anni il padre malato

Stefano Filippi

nostro inviato a Dogliani (Cuneo)

Manuela Schellino, la bella, aveva 27 anni; Simone Giorgeri, la bestia, ne ha 33. Lei era una ragazza dolce, solare, «l'amica che ogni ragazzo vorrebbe, la figlia che ogni mamma desidera», mormora Francesco Anselma, il barista con cui Manuela aveva condotto per tre anni un locale a Dogliani. Lui è un pazzo omicida, uno schizofrenico che a 16 anni ha bruciato vivo un amico mentre dormiva e anni dopo ha accoltellato due ragazze. Lei faceva l'infermiera per amore del papà morto da un anno e mezzo: la lunga convivenza con la sclerosi multipla del padre e le cure che gli prestava, invece che portarla a odiare la sofferenza, le avevano fatto abbracciare quella degli altri. Lui ha passato la vita a entrare e uscire da carceri, comunità e centri di igiene mentale. Lei viveva nell'Alta Langa, morbide colline di vino e tartufi; lui in Lunigiana, a 250 chilometri di distanza, tra il mare di Toscana e il marmo bianco delle Apuane. Lei diceva: «Mi fa paura». Lui, dopo averla massacrata, ha detto ai magistrati: «Emanava energia negativa. Dovevo sopprimerla. Ho liberato il mondo da un demone».
La bella e la bestia non dovevano incontrarsi. «Se qualcuno non avesse spedito qui quel tizio, Manuela avrebbe vissuto cent'anni», si disperano i vicini di casa Schellino. Invece lui ha ucciso lei a colpi di pietra, in mezzo a un boschetto di noccioli, durante una passeggiata, forse dopo un tentativo di violenza. Il destino li ha fatti incrociare un mese e mezzo fa a Casa Margherita, un centro di accoglienza per malati psichici a Belvedere Langhe, grumo di case su un cocuzzolo della Provincia Granda. Lei assunta da pochi giorni, lui appena arrivato dopo un periodo di detenzione. Lei al primo lavoro «vero», lui all'ultima tappa di un'odissea senza meta. Manuela era piena di vita. Finite le scuole superiori aveva lavorato in due bar di Dogliani, il suo paese, la terra del Dolcetto. Con Francesco Anselma aveva lanciato il Chupito, a due passi dalla stazione dei carabinieri: «Serate di musica, cocktail, divertimento, e lei ne era l'anima - ricorda il ragazzo -. Sognava di avere un locale suo, poi la malattia del padre l'aveva portata su un'altra strada». Voleva imparare ad assistere i malati. Aveva preso il diploma di infermiera professionale all'ospedale Santa Croce di Cuneo. Giusi Giacchello, la caposala che le aveva fatto da «tutor», non può dimenticarla: «Era una delle ragazze più brave, intelligente e appassionata. Mi aveva chiamato quando ricevette l'offerta da Casa Margherita, era entusiasta, sarebbe diventata il sostegno economico della famiglia. Ma non aveva smesso di studiare perché voleva partecipare ad altri concorsi».
Lo scorso marzo Manu aveva festeggiato il diploma con gli amici al caffè della Riviera, nella piazza davanti al duomo di Dogliani. Un bar dove portava i suoi pazienti: si sedevano ai tavolini, bevevano qualcosa, poi rimontavano sul pulmino e su di nuovo a Belvedere. Ogni tanto andava anche al suo Chupito. L'ultima volta è passata mercoledì mattina, il giorno del delitto, per fare colazione con un amico: «Lei che di solito parlava col sorriso, l'altro giorno aveva un'espressione perplessa», osserva Anselma. «Manuela aveva paura di quell'uomo violento - confessa l'ex fidanzato della ragazza, Alessio Paruzzo, 28 anni -. Un paio di settimane fa mi rivelò che Giorgeri la spaventava, ma che se ne doveva occupare perché con lei quel tipo si metteva quieto».
Le colleghe di Casa Margherita hanno le lacrime agli occhi ma non parlano, ordine degli inquirenti. Lavorano in una brutta costruzione bianca a Belvedere. Niente insegne, ascensore esterno, un piccolo parcheggio protetto da una pergola spelacchiata, qualche paziente in pigiama su un balcone. La casa è nata una ventina d'anni fa come centro di assistenza agli anziani, poi ha cominciato a ospitare qualche disabile psichico. .
«Certo che conoscevo Manuela - dice il sindaco di Belvedere, Gualtiero Revello -. Avevo visto qualche volta anche l'omicida, sembrava tranquillissimo, ma forse i più pacifici sono i peggiori». Giorgeri viene da una famiglia a pezzi, la madre morta quando lui era piccolo, il fratello suicida a 26 anni. L'infermità mentale gli ha sempre evitato pene pesanti. Nel 1989, a 16 anni, Simone ha ammazzato un amico nel sonno dandogli fuoco, ma nel 1993 era già libero e quattro anni dopo fuggì dagli arresti domiciliari per minacciare un barista con una pistola giocattolo. Finì ancora davanti ai giudici per l'incendio di alcune auto, per due tentati omicidi (ragazze accoltellate), per aver dato una pistola a un guardone che spaventava le coppiette. Ora è sotto chiave. «Ma nel letto a fianco - sibila il sindaco - dovrebbero metterci chi ce l'ha portato qui».