Il killer della porta accanto ossessionato da soldi e donne

Ha nascosto il corpo smembrato in casa per tre giorni. Ma di Michele Fusaro i vicini dicono: «Un uomo tranquillo, maniaco dell’ordine»

nostro inviato a Bassano del Grappa
Dicono che fosse uno che cercava di far colpo sulle ragazze. Che avesse la fissa della forma fisica. Che i soldi, anzi gli «schei», non gli bastassero mai. Che facesse tre lavori per tirare avanti. Che fosse un maniaco dell'ordine. Che non si risparmiasse quando c’era da fare qualche lavoretto per i vicini di casa. Che avesse il pollice verde. È quello che si sa di Michele Fusaro. All'apparenza, un quarantenne come milioni ce ne sono a questo mondo. Ma questo falegname è un uomo dalla doppia vita, un balordo, quasi sicuramente un rapitore, e forse un assassino.
Uno che non desta sospetti, che si fa voler bene dai vicini e dai superiori, lucido e gentile. Ma capace di tenere per giorni in garage il cadavere smembrato in tre grandi sacchetti per l’immondizia di una donna e condurre una vita normale. Giornate fatte degli andirivieni dalla casa di Bassano del Grappa al mobilificio di Romano d'Ezzelino, punteggiate dal jogging e dalla palestra finito il lavoro, dalle serate con la fidanzata, dalla passione per i libri di viaggi e di esoterismo, dai lunghi giri nei dintorni a vendere pentole e distribuire pubblicità: un'attività che lo aveva portato anche a suonare al campanello di Iole Tassitani, via Forche 8, Castelfranco Veneto.
Fusaro finisce presto negli schedari delle forze dell'ordine.
A 16 anni era stato coinvolto in un'indagine per il sequestro di una ragazzina con altri coetanei: avrebbe avuto un ruolo marginale, ricettatore di alcuni oggetti che appartenevano alla giovane. Poi nient’altro da casellario penale. Vari lavori, fino all'impiego fisso come operaio al mobilificio Giemme Stile: «Persona tranquilla e riservata - dice Cristian Molon, figlio del titolare - si presentava regolarmente al lavoro, in orario, mai nessun problema. Un insospettabile, mai avrei pensato che potesse essere così feroce».
Così insospettabile da partecipare perfino alla cena di Natale con i colleghi, tutto allegro, come se nulla fosse, mentre Iole Tassitani giaceva squartata nel garage riordinato di casa sua.
Lavori e lavoretti. «Dava una mano a tanta gente - racconta Lucio Torresan, che abita di fronte alla palazzina dell'orrore -. Ultimamente, dopo che parecchia gente si era lamentata dei rovi che circondavano la casa sul lato della ferrovia, si era dato da fare con il decespugliatore per liberare la massicciata dall'intrico di rami».
Si era sposato con una donna marocchina, aveva avuto un figlio, aveva divorziato, lei se n'era andata con il piccolo lontano dal Veneto. Fusaro era rimasto nella casa alla periferia di Bassano, al primo piano di un condominio che ospita gente di ogni dove, in un continuo avvicendarsi di etnie. Un appartamento in cui regnava un ordine ossessivo. Aveva continuato a scolpire il fisico con la palestra, le corse, gli integratori alimentari. Doveva però lavorare di più per mantenere la donna e il bambino lontani. Forse è questa la molla che lo spinge a macchinare un sequestro impossibile, con la complicità del cognato nordafricano che prima si nega e poi - troppo tardi - lo denuncia.
Il falegname dà la caccia al denaro con la sua auto di seconda mano, una vecchia Honda Accord coupè che attira l'attenzione dei carabinieri proprio la sera del sequestro. Sono le 3,30 del 13 dicembre, Iole Tassitani è sparita da sette ore ma ancora non lo sa nessuno, né l'amica Annalisa che ha ricevuto un sms strano («Sono stata parità. Aiuto») e ha pensato a uno scherzo, né la pattuglia dell'Arma che ferma la Honda di Fusaro a Rossano Veneto, 11 chilometri da Castelfranco Veneto, dieci dall'abitazione di via Carducci a Bassano. Non è un posto di blocco, ma un normale controllo; i militari non possono sapere che la vettura è già stata filmata due volte da una telecamera vicino al piazzale dove il giorno dopo sarà trovata la Ford Fiesta della donna scomparsa.
Patente e libretto sono a posto. Via. E l'insospettabile si convince di essere imprendibile. «Spavaldo», definiscono il suo atteggiamento gli investigatori quando lo interrogano dopo il fermo. Ma a poco a poco l'arroganza lascia il posto ai balbettii e poi alle lacrime. Non confessa nulla, farfuglia solo: «Sono rovinato». È per quello che si dispera.