King Kong, il fascino degli effetti speciali

Le parti migliori sono l’inizio e la fine nella Times Square perfettamente ricostruita

Fra i vari film della serie ispirata dal romanzo di Edgar Wallace King Kong, gli effetti speciali rendono questo di Peter Jackson il migliore. Naturalmente il prossimo lo supererà; e quello dopo supererà quello che l'ha superato. Non sono infatti film di dialoghi e recitazione: qui il sonoro serve per urla, boati e grugniti, come del resto fin dal primo King Kong dello schermo, firmato da Merian & Schoedsack (1933), che ora torna in dvd col mensile Ciak: è proprio il suo fascino d'epoca a ispirare il rifacimento di Jackson, non la goffa attualizzazione al 1975 che ne aveva fatto Guillermin consacrando Jessica Lange.
Il punto forte dell'ipertrofico - quasi tre ore - lavoro di Jackson è l'ambientazione iniziale e finale, che ricalca quella originaria, con una bella ricostruzione di New York, area di Times Square, realizzata coi modellini, col computer e con vere auto d'epoca. Il cinema è anche un viaggio nel tempo ed esso riesce a seconda della cura nella simulazione. Jackson si rivela un imitatore degli anni Trenta del '900 pari all'imitatore che è stato dello pseudomedioevo tolkieniano nei film tratti dal Signore degli Anelli. Meno interessante, ma non disprezzabile, è la parte centrale, giurassica, che permette di constatare quanto il personaggio della Bella (Naomi Watts) sia pronto per la Bestia, una qualunque. Se fosse il tirannosauro a battere il supergorilla, lei si darebbe a lui...
Ambientare in un frammento di preistoria questa perpetua verità di natura ha dunque senso. L'idillio continuerà fra i grattacieli di Manhattan, perché i rapporti saranno gli stessi e, attraverso la Bestia, la Bella potrà dirsi del più forte. Davanti al quale soccombe il debole, l'intellettuale, ovvero lo sceneggiatore (Adrian Brody) del film esotico del quale la Bella sarebbe la protagonista e Jack Black il regista. Attrice in realtà intellettuale (21 grammi), la Watts è negata come svampita e oggetto del desiderio. Jackson le impone il primo tratto, ma non il secondo, almeno se lo si intende come oggetto del desiderio umano. L'assenza di ogni volontaria seduzione esercitata verso gli uomini finisce con l'esasperare la seduzione bestiale: si potrà razionalizzarla come sindrome di Stoccolma, ma mai, in una superproduzione hollywoodiana, è stata così intensa.

KING KONG (Usa-Nuova Zelanda, 2005), di Peter Jackson, con Naomi Watts, Jack Black. 160 minuti