KISSIN ALLA SCALA

Concede interviste con il contagocce. E quando lo fa, si ha l’impressione di cavar sangue a una pietra, di varcare spazi proibiti e ci si sente di troppo. Questo accade i primi cinque minuti, perché poi viene fuori l’animo generoso e passionale di questo pianista di Mosca che inizia a parlare come un fiume in piena e confessa di amare «l’animo italiano, così diretto e emotivo, in questo un po’ russo». E senza problemi si racconta, anche se rimane inafferrabile, inclassificabile.
Evgenij Kissin è fatto così. Gran temperamento, romanticamente agitato da un lato, affetto quasi maniacale per l’ordine e la disciplina dall’altro. Sono trascorsi quasi vent’anni dal suo primo concerto milanese, propiziato da Antonio Mormone, patron della Società dei Concerti. Ma rimane ben salda nella mente l’allure militaresca nell’entrare in scena oltre che la disinvoltura stupefacente di quel ragazzo di soli 16 anni, pupillo di Mosca.
Da quel giorno, Kissin, moscovita, classe 1971, fra i pianisti di punta (come spiega anche il cachet supersonico) è tornato più volte a Milano: due appuntamenti alla Scala e una serie per la Società dei Concerti che ha organizzato anche il recital di giovedì, alla Scala (ore 21).
Il programma riserva una prima parte dedicata a Chopin (Polacche, tre Improvvisi e la Fantasia-Improvviso op. 66). Poi, omaggio alla propria terra: quella meno nota di Medtner (Sonata reminiscenza) e giustamente celebrata di Strawinskij (Petrouchka).
Kissin confessa di essere particolarmente legato a Milano, “ho ben presente il ricordo del primo concerto”, assicura. Correva il 7 dicembre 1987, di lì a un paio di giorni replicò con i Virtuosi di Mosca Spivakov. L’anno successivo incontrava Herbert von Karajan con il quale avrebbe suonato il Primo di Ciajkovskij. Un incontro combinato dall’agente di Karajan, Hans-Dieter Gohre: «Mi prese alla sprovvista: “intende Karajan il direttore?” chiesi a Gohre che aveva inviato al Maestro alcune miei registrazioni».
Il racconto continua e subito spunta il nome di una persona speciale per Kissin: «Anna Pavlovna mi ha poi detto che non ho mai suonato Fantasy di Chopin così bene come quel giorno. Quando finii, Karajan mi mandò un bacio, si levò gli occhiali per asciugarsi le lacrime». La signora Pavlovna è l’insegnante di Kissin, «il prossimo settembre corrono 28 anni dal nostro primo incontro. Ormai è entrata a far parte della nostra famiglia, vive nel nostro stesso appartamento», spiega Kissin che studia, viaggia, vive con docente e mamma al seguito, anch’ella ex insegnante di pianoforte.
Vive fra Londra, New York e Parigi seguendo la ferrea regola lavorativa di non concedere più di quaranta concerti l’anno. Un concerto ogni tre giorni (23 a Bologna, 30 a Napoli). Non certo per ragioni scaramantiche. Più semplicemente, è consuetudine di Kissin tenere un recital ogni tre giorni.
Ecco il piano di una tournée tipo: niente studio il primo giorno, studio indefesso il secondo, prova del pianoforte il giorno del concerto: «Studio tre ore, fino alle due del pomeriggio, mi riposo e ritorno in teatro un’ora prima dell’ingresso del pubblico in sala», ci spiega. Che poi è la prova di due pianoforte, tanti ne vuole Kissin che solo dopo un raffronto deciderà quale più si addice a sé e al programma.
Non si tratta dei soliti capricci da star. Più semplicemente, è una forma di perfezionismo e di rigore che, molto probabilmente, Kissin ha acquisito durante gli anni di studio alla Gnessin, la scuola che Mosca creò ad hoc per i bambini-fenomeno.
Quanto al tempo libero, Kissin rivela la sua passione per la lettura e scrittura. E poi tanta musica: non solo classica. «Mi piace la musica folk e il jazz», conclude.

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