Klein «artista» dell’immagine

È solare, allegra, accogliente, con un ben radicato senso del benvenuto, monumentale e rigorosa ma anche familiare e «alla mano», la Roma che William Klein ha conosciuto, amato e ritratto con i suoi scatti, quando, negli anni Cinquanta, sull’onda del successo del suo diario fotografico su New York, fu chiamato da Federico Fellini come aiuto regista per il film Le notti di Cabiria. Ed è quella Roma, apparentemente distante nel tempo e nelle atmosfere ma ancora attuale per emozioni e vocazione, che torna a vivere e, soprattutto, a farsi guardare, nella mostra «William Klein. Roma. Fotografie 1956-1960», che, fino al 25 luglio ai Mercati di Traiano, riunisce sessanta scatti del suo lavoro capitolino, poi divenuto uno dei più celebri affreschi fotografici della città. «Quando, a 18 anni - racconta l’artista - mi sono trasferito a Parigi con l’ambizione di dedicarmi alla pittura, ritenevo la fotografia un linguaggio secondario. Poi, quando ho iniziato a fare foto, ho portato con me il bagaglio della lezione pittorica, trasportando nei miei lavori il gusto per composizione e messa in scena, facendo di ogni scatto un quadro». Tra architettura e sentimento di un’eternità consapevole ma distratta, la città offre quinte straordinarie di concreta semplicità e, al contempo, ricercato surrealismo, che Klein, a volte, ruba e altre volte si diverte a costruire, spettacolarizzando storia e cronaca del costume. Di scatto in scatto, con quelle confusioni e commistioni tipicamente capitoline, si susseguono i volti sorridenti di barbieri al lavoro, «una delle grandi industrie romane», e baristi, «i romani più nobili», bambini, ragazze e bulletti da spiaggia, alternati a ritratti noti, come quelli di Fellini, Rossellini e Vittorio De Sica sul set de Il generale Della Rovere. «Una volta - ricorda Klein - passando per strada, vidi Pietro Germi alla finestra e gli scattai una foto. Se ne accorse e mi gridò che non potevo farlo. A rispondergli fu Cesare Zavattini che gli disse, si può, si può. Ecco, Roma era così, si poteva fare tutto. Di più, si poteva cercare l’emozione». E l’emozione, per l’obiettivo di Klein e grazie ad esso, è ovunque: nelle grandi pubblicità o nelle insegne luminose dei bar, nei vicoli di piazza Farnese dietro il parabrezza rotto di una vecchia moto per consegne, nelle partite di calcio disputate, con una palla improvvisata, all’ombra del Teatro di Marcello da passanti-giocatori di tutte le età. Nella ritualità di coppie strette sulla Vespa, dirette verso la campagna per appuntamenti romantici, lontani da occhi indiscreti, e, nell’abbraccio ancora più stretto di famigliole, che, sulla medesima sella, riescono a sedersi in tre. Ancora, nelle processioni e nelle parate osservate da «gente fiacca», la stessa che, però, piange di gioia ascoltando il Papa la domenica o segue con inquietudine e sospetto gli occhi delle «guardie», immaginando inesistenti misteri. È la Roma di Fori e Colosseo, di Cinecittà ed Eur, ma anche quella, sul mare, di «vitelloni» a Ostia e attricette sconosciute che fanno le dive sulle spiagge di Fregene. La città affaticata di mamme che, dalla finestra, chiamano i figli in strada e di bimbi che a quell’urlo rispondono puntuali, sapendo già che, presi dal gioco, faranno tardi. E perfino quella, creata a tavolino, di modelle eleganti, che catturano l'attenzione, sollecitano l’ispirazione, ma soprattutto, fermano il traffico».