Klinsmann rifiuta il Chelsea e dice no a 10 milioni di euro

L’ex ct tedesco fa una scelta di vita: «Sto troppo bene a San Diego con la famiglia»

Una scelta di vita. Uno ci mette dentro quello che vuole (lingua straniera, nuova cultura, la scuola dei figli, vale tutto; Rafa Benitez, per respingere una maxi-offerta del Real, ha persino avuto il coraggio di dire che a Liverpool si sta benissimo), l’importante è che gli altri ci mettano i soldi. Tanti. Così, se qualcuno nemmeno davanti a dieci milioni di euro sbaracca tutto, lascia la California, moglie e figli, taglia in due l’Oceano per sedersi sulla scomoda ma molto ben riscaldata panchina del Chelsea, beh, applausi e tutti in piedi. L’uomo del no è un uomo del nein: Jurgen Klinsmann. Lui, a leggere l’informatissimo Sun, sarebbe stato scelto per sostituire Mourinho al Chelsea. Di lui si sarebbe invaghito Roman Abramovich tanto da mandare i suoi uomini a San Diego, dove Klinsi vive, con una carriolata di sterline.
Qui il Sun svicola sui particolari, dice che in fondo dopo la qualificazione alla finale di Fa Cup, i rapporti tra il grande antipatico e l’ipermiliardario russo hanno di nuovo un futuro. E che quindi, peggio per Abramovic sarebbe stato se Klinsmann si fosse grattato la testa e avesse risposto a suoi agenti: «Ci penso su e vi faccio sapere».
«Preferisco vivere», gli ha detto invece l’ex Pantegana nerazzurra. Tradotto: a San Diego sto bene, ho la mia famiglia e nessuna intenzione di muovermi. Rispose così alla federazione Usa che voleva mettergli in mano la pratica mondiali 2010. Li ha spiazzati come faceva ai tempi d’oro quando centrava la porta. Un gioco da ragazzi rispetto alle pressioni subite (e respinte) perché tornasse alla guida della Germania, impallinata sì dall’Italia in semifinale, ma comunque terza agli ultimi mondiali. I sondaggi (il 90% dei tifosi era con lui), la discesa in campo del Cancelliere Merkel («come il Paese, sono molto triste. Spero che ci ripensi») e soprattutto l’Adidas, banca centrale del fussball, ci avevano provato. Le cifre per farlo tornare in panchina non si sono mai sapute. Klinsmann, lui, irremovibile. Quando, due giorni dopo la fine del mondiale, annunciò le dimissioni da ct, l’ex punta dell’Inter non usò tanti giri di parole: «Voglio tornare alla famiglia e alla normalità. Sono stanco e svuotato. Vi saluto». Hanno dato in mano la nazionale al suo vice Loew, gli hanno detto «stacca la spina un paio di mesi e poi rientri, di Loew ti puoi fidare». Lui? Niente. Casa. California. San Diego. Da lì aveva allenato la Germania via email sollevando un putiferio: i potenti della Bundesliga (Bayern, Werder, Shalke 04, Hertha) ne chiedevano la testa; Lothar Matthaus, suo vecchio capitano, l’aveva azzannato quando Jurgen si disfò di un monumento come Sepp Maier («Si è comportato come un assassino a sangue freddo»), la federcalcio tedesca quasi lo commissionava.
Klinsmann ha incassato tutto, si è messo la divisa da cameriere e senza Grosso chissà quale tavola avrebbe apparecchiato. Ma quella notte di Dortmund non toccò a lui la scelta.