Knopfler, chiedi chi erano i «Dire Straits»

Simone Mercurio

Anulare e mignolo appoggiati alla cassa, polpastrelli di pollice, indice e medio a pizzicare, senza plettro, le corde della sua inseparabile e inconfondibile Fender Stratocaster.
Eccolo Mark Knopfler, ex voce e chitarra degli indimenticati Dire Straits, stasera, dalle 21, in concerto al Palalottomatica per la quarta delle sue sei tappe italiane.
Ci sono chitarristi che lasciano un segno profondo nella musica rock indipendentemente dalla loro abilità tecnica. Mark Knopfler appartiene a questa categoria di eletti. È indubbiamente uno dei chitarristi più originali degli ultimi vent’anni e uno di quelli che meglio hanno assimilato l’essenza del blues e del country-rock.
Dal 1977 al 1993 il chitarrista e cantante scozzese di Glasgow è stato l’anima e la mente dei leggendari Dire Straits. Da «Tunnel Of Love» a «Money For Nothing», da «Romeo & Juliet» a «Sultans Of Swing» pietre miliari nella carriera di una band che vedeva la sua formazione base nel terzetto formato con il bassista John Illsley e il tastierista Alan Clark.
Il 1993 è stato l’anno dello scioglimento degli Straits, ma da ben prima Mark Knopfler ha dato sintomi di insofferenza, praticando l’allontanamento dai Dire Straits come filosofia di vita, più per disattendere il pubblico, verrebbe da pensare, che per motivi personali. Produzioni, guest appearances, colonne sonore, gruppetti innocui e sentimentali (leggi Notting Hillibies) hanno rappresentato altrettanti scarti da una rotta principale che era sinonimo di sicuro successo e riconoscimento.
Molte cose sono cambiate dai tempi degli Straits, e oggi il mondo di Knopfler è sempre più quello di un raffinato raccontastorie poco incline agli strapazzi del rock, fatta eccezione per la sua chitarra trademark, inevitabile sottolineatura di ogni passaggio e paesaggio della sua musica.
Da solista nel 1996 esce «Golden Heart» dalle atmosfere celtiche, poi «Sailing to Philadelphia», pieno di ospiti illustri (Van Morrison, James Taylor), «The ragpicker’s dream» subito dopo ed infine ad ottobre del 2004 «Shangri-la», ultimo disco che Knopfler è in Italia per presentare.
E quest’ultimo di Knopfler è un album che racconta l’America del nuovo secolo, quella che è rimasta dopo la fine dei sogni. Una delle canzoni, «Song for Sonny Liston», è dedicata al mondo dei vinti, e parla del celebre campione di boxe.
«Il disco prende il nome da uno studio vintage, anni ’60, a Malibu – ha dichiarato Knopfler -. Gente tipo Bob Dylan, Neil Young and The Band ci passavano parecchio tempo. Il proprietario ha fatto di tutto per preservarlo nello stato originale e mi ha invitato a registrare da lui – continua il chitarrista -. La vecchia California sembrava proprio aver molto a che fare con le cose che stavo già facendo e questa sensazione ha lasciato un segno evidente anche sul nostro lavoro».
L’anno scorso, prima dell’ultimo disco, il chitarrista è stato coinvolto in un incidente motociclistico che lo ha indotto ad annullare una serie di concerti, tra cui anche quello romano. Incidente che il musicista ha trasformato in fonte di ispirazione per la sua prolifica vena artistica.
«Mi sono ritrovato a scrivere moltissimo – ha detto -, tanto per cambiare dovevo stare a casa e non in giro, quindi l’incidente ha avuto anche un suo lato positivo!».
La band che suona sul disco suonerà anche a Roma ed è formata dai soliti noti della sua ormai decennale carriera solista: Richard Bennett alla chitarra, Jim Cox e Guy Fletcher all’organo e al piano, Glenn Worf al basso e Chad Cromwell alla batteria.
In occasione dell’attesissima tourneé italiana, è ora disponibile «The trawlerman’s song» mini CD di cinque tracce uscito proprio in questi giorni.