La Knox e Sollecito colpevoli ma non c’è l’ergastolo

Tredici ore per decidere. Tredici ore per arrivare al verdetto finale, a mezzanotte: 26 anni di carcere ad Amanda Knox, 25 a Raffaele Sollecito. L’ergastolo non è arrivato ma la condanna, pesante, sì. Sono stati minuti infiniti, cristallizzati in un ghiaccio di speranza e terrore. Amanda e Lele li hanno vissuti nel carcere di Sollicciano dopo la loro breve comparsa in tribunale; i loro genitori chiusi nelle stanze di due diversi alberghi di Perugia. I familiari della vittima, di quella Meredith sgozzata la notte dopo Halloween di due anni fa senza ancora un perché, blindati in un altro hotel. Ciascuno coi propri fantasmi, aspettative, sogni e incubi. «No, no...», ha sussurrato Amanda abbracciata al suo avvocato mentre il presidente della Corte leggeva il lungo dispositivo. Poi le lacrime.
La città, intanto, spegne le luci e i destini di Amanda Knox, «l’Amélie di Seattle» e dello studente d’informatica laureatosi ingegnere in prigione, si compiono. Perché fu assassinata Mez? Fino a ieri c’era un solo colpevole, l’ivoriano Rudy Guede, lui già condannato a 30 anni con rito abbreviato. Anche se come gli altri continua a proclamarsi innocente.
«Sono sereno e fiducioso nel giudizio della corte», affermava il pm dell’accusa, Giuliano Mignini, all’uscita dal tribunale prima che togati e giudici popolari si ritirassero. «Siamo convinti che la Corte esaminerà scrupolosamente ogni aspetto, documentato, della nostra ricostruzione dei fatti».
Una decisone non facile quella dei giudici: condannare due ragazzi di 25 e 22 anni all’ergastolo significava distruggere per sempre la loro vita; l’assoluzione avrebbe invece sconfessato non solo l’intera inchiesta ma anche la sentenza su Guede.
E sono proprio le sentenze precedenti uno degli aspetti su cui ha puntato la procura di Perugia per sostenere la colpevolezza dell’americanina di Seattle e dello studente partito da Giovinazzo, rivendicando le «plurime e costanti conferme» avute dai tribunali. Assieme alle prove scientifiche «inconfutabili» - secondo la Procura - che collocano i due ex fidanzatini nell’appartamento di via della Pergola la sera in cui Meredith fu uccisa ci sarebbero il Dna di Amanda e di Mez sulle macchie di sangue repertate nel bagno; il profilo genetico della studentessa che ama i Beatles assieme a quello di Mez su un coltello da cucina trovato dagli investigatori nella casa di Raffaele Sollecito. Infine il Dna dello studente barese sul gancetto del reggiseno di Meredith.
Per i pm Giuliano Mignini e Manuela Comodi era chiara anche la dinamica dell’omicidio. Quella sera i tre arrivarono nella casa di via della Pergola, dove c’era già la giovane inglese. «Non sappiamo con certezza che intenzioni avessero - ha sempre detto l’accusa - ma è possibile che ci sia stata una discussione, poi degenerata, tra Mez e Amanda per i soldi dell’affitto scomparsi. O forse la studentessa inglese era contrariata per la presenza di Guede». Fatto sta che «la Knox, Sollecito e l’ivoriano, sotto l’influsso di droga e alcol, avrebbero deciso di coinvolgere la giovane studentessa inglese in un pesante gioco sessuale». Un’aggressione con un «crescendo incontrollato, inarrestabile di violenza e gioco sessuale» che termina con la morte della ragazza. A sferrare la coltellata mortale, secondo la Procura, era stata Amanda, che «voleva vendicarsi di quella smorfiosa troppo seria e morigerata per i suoi gusti», mentre Raffaele la tiene ferma. È, invece, Rudy quello che la violenta e poi fugge senza neanche tirare l’acqua del wc in cui aveva defecato. «Mez è stata uccisa in maniera impressionante da tre furie scatenate», hanno sempre ribadito i Pm. Parole, e indizi che le difese dei due imputati hanno tentato di smontare. «Altro che furie, Amanda e Raffaele - ripetevano - erano due ragazzini con una semplicissima storia d’amore». Contro di loro solo supposizioni in un’inchiesta piena di «illogicità»: un’«opera incompiuta» in cui mancano «le parti essenziali» e i «riscontri».