KOJI SUZUKI Il terrore ha gli occhi a mandorla

Fino a qualche tempo fa l’unico vero mostro giapponese che aveva conquistato l’Occidente si chiamava Godzilla. Ma oggi, grazie al successo di film come The Phone, The Call - Non rispondere, Infection, Two Sisters, The Grudge, The Eye, The Park, Dark Water, ben altri orrori provenienti dal Sol Levante sembrano aver colpito al cuore gli spettatori di tutto il mondo. Sono storie che parlano di linee telefoniche demoniache, di virus letali che si diffondono negli ospedali, di spaventosi fantasmi dagli occhi a mandorla che infestano le case (o si insinuano nella memoria di ignari testimoni), di terribili creature che vivono nelle acque nei lunapark e delle case di periferia ma anche nei nostri televisori.
Ma da dove è partita questa vera e propria invasione destinata a terrorizzare il pubblico occidentale? Potremmo dire che è iniziato tutto con una videocassetta. Sì, proprio con un video maledetto che è al centro di uno dei più grandi successi cinematografici horror di tutti i tempi: una pellicola intitolata The Ring firmata nel 2002 dal regista Gore Verbinski. Dietro a quel film, capace di incassare la bellezza di 175 milioni di dollari soltanto nelle sale americane, si nascondeva una serie di fortunati serial televisivi nipponici che avevano già sbancato in terra d’Oriente e che a loro volta prendevano spunto da un celebrato romanzo dello scrittore Koji Suzuki. The Ring narra le vicende di una giovane giornalista (sugli schermi, Naomi Watts) alle prese con un nastro videoregistrato che fa impazzire e uccidere nel giro di una sola settimana chi lo guarda. Una pellicola che si scoprirà essere stata prodotta dalla sventurata Samara, una giovane sensitiva che può impressionare il nastro con la sola forza del pensiero e che si vendica da morta di chi aveva compiuto terribili violenze su di lei.
Il grande successo di questa produzione Usa ha portato alla realizzazione di un sequel ma soprattutto ha mostrato ai produttori occidentali quanto fecondo fosse il mercato giapponese orrorifico. E così molte altre pellicole horror prodotte nel Sol Levante hanno incominciato a invadere il nostro mercato. Va sottolineato che molti dei film seguiti a The Ring hanno preso a modello il romanzo originale di Koji Suzuki, in parte clonandolo in parte dilatandone ed amplificandone trama e suggestioni. Dal canto suo lo scrittore giapponese non si è seduto sugli allori di una pubblicazione realizzata nel 1992 e che nella sua terra lo aveva portato immediatamente in cima alla classifica. Così ha fatto di tutto per meritarsi, con i successivi Spiral e Loop (pubblicati in Italia dall’Editrice Nord) l’appellativo di novello Stephen King. E lo stesso maestro dell’horror americano si è talmente innamorato delle storie di Suzuki da riutilizzare alcune sue intuizioni nel recente Cell.
Per chiarire quali fossero gli intenti iniziali della letteratura di Suzuki abbiamo chiacchierato con lui alla vigilia di un breve tour promozionale in Italia che lo vedrà protagonista oggi di un incontro pubblico a Roma organizzato dall’Istituto Giapponese di Cultura (Auditorium di via Gramsci n. 74, ore 18,30). «Quand’ero bambino - confessa Suzuki - avevo una grande passione per il mare e l’oceano e leggevo molte storie di avventure. La mia più grande paura invece era avventurami in bagno di notte, pensavo ci fossero terribili creature che da un momento all’altro mi avrebbero afferrato».
Vivere in una società iper tecnologica come quella giapponese l’ha stimolata maggiormente nello scrivere storie horror più che romantiche o di avventura?
«In realtà, io sono uno scrittore che apprezza molto l’avventura. Vivo in città, perciò ho una gran voglia di avventura».
Preferisce gli adattamenti giapponesi o quelli americani della sua serie The Ring?
«Mi piace molto di più The Ring realizzato a Hollywood. Una delle cose più scioccanti dei fumetti giapponesi è che gli occhi dei protagonisti sono molto diversi da quelli reali».
Perché gli autori di manga sentono il bisogno di modificare questo tratto somatico facendo sparire gli occhi a mandorla?
«Credo che i giapponesi fondamentalmente desiderino l’Occidente, per questo vorrebbero anche avere la stessa espressione del volto degli europei».
Crede che l’horror aiuti a liberarsi dalle emozioni negative?
«Credo che l’horror sia un genere eccellente dal punto di vista narrativo e che se stimolato dall’immaginazione possa alimentare la mente. Non è affatto mia intenzione criticare la civiltà moderna con i miei romanzi».
Lei ha dedicato molti libri al tema della paternità in Giappone, criticando le figure tradizionali dei padri lavoratori assenti in famiglia...
«Ho criticato chiaramente gli asiatici della tradizione, quelli rimasti immutati nel tempo, i padri feudali, non i padri di oggi. Vorrei rinnegare i padri “vecchia maniera” che non si assumevano alcuna responsabilità per la loro famiglia, ma che si gloriavano del potere della loro autorità di uomini».
Come mai nella serie di The Ring ha inserito come tema costante la paura della diffusione di un virus mortale?
«The Ring è un romanzo che ho scritto senza avere una trama. Il virus è emerso come per caso mentre stavo scrivendo senza sapere come la storia si sarebbe sviluppata. Scrivere un romanzo non è un atto così consapevole come credono i lettori».
Qual è la differenza maggiore tra le storie di fantasmi giapponesi e quelle occidentali?
«Nel mondo occidentale i vostri fantasmi per lo più somigliano ai mostri, come Frankenstein, Dracula, Werewolf, o Jason. In qualche modo si possono affrontare e combattere. I fantasmi in Giappone rappresentano invece le apparizioni o gli spiriti dei morti e delle cose. Spiriti che mantengono ancora un forte rancore anche dopo la morte. Possiamo combattere con le armi contro i mostri, ma non contro gli spiriti o le ombre. Ecco perché i fantasmi giapponesi sono più spaventosi dei vostri».
Considerando ciò che ha scritto in The Ring, non le viene mai paura quando inserisce una videocassetta nel suo videoregistratore?
«No, non mi spaventa una cosa di così poca importanza».