Il kolossal «La Fura dels Baus» è un Wagner moderno ma noioso

Le scenografie trasferiscono la storia nell’oggi, ma la pallida compagnia di canto non ci porta nel mondo degli eroi

da Firenze

Solo un secolo e mezzo fa Wagner componeva la sua Tetralogia; due secoli meno di Shakespeare e uno di Mozart; ma questi grandi sembrano avere scritto ieri, Wagner invece sta arroccato, con la stupenda saga della fine degli dèi, nel lontano Ottocento tedesco. Quattro giornate mitiche, da ascoltare in un lungo respiro senza un sorriso. A cominciare dall'opera data giovedì al Maggio Musicale Fiorentino, come un prologo: Das Rheingold, dove le ondine guizzano nel Reno, il nano ruba l'oro che vi è contenuto, avanzi di divinità e giganti si sfidano per prenderne il possesso, le donne sono trascurate o profetesse di sventura, sull'anello forgiato con quell'oro grava una maledizione...
Nelle quattro opere e nella prima in particolare, che dura due ore e mezzo e si dà senza intervallo, non succedono molte cose; ma il racconto musicale si snoda così solenne che l'immagine complessiva è quella di rappresentazioni imponenti, anche se si tratta di vicende con pochi personaggi. Da noi, la tradizione le metteva in scena tradotte in italiano, creando una specie di linguaggio impreciso ma sontuoso che i nostri nonni avevano miticamente caro; adesso, con la proiezione sincrona del libretto tradotto, anche se in modo antiquato come nella versione scelta questa volta a Firenze, è possibile ristabilire il rapporto parola-suono originario e affidarsi a specialisti della scuola di canto tedesca.
Eccoci dunque tutti dentro ai meandri della leggenda e alle memorie d'una cultura europea a cercare verità universali e ragioni che ancora ci tocchino direttamente. Quindi, fioriscono le interpretazioni sceniche che si staccano dall'immaginario del passato, suggerito dalle didascalie, ma, partendo di lì, facciano vivere e crescere la storia nell'incontro con noi e il nostro tempo. E così, nelle ultime settimane abbiamo avuto per esempio la nuda impressionante verità della Walkiria senza scene, a pianta centrale, del regista Graham Vick a Lisbona e a Venezia il Siegfried contemporaneo e toccante di Carsen; e a Valencia poi qui l'azzardo della messinscena affidata alla provocatoria astrattezza violenta de La Fura dels Baus. E il pubblico, che non riempiva il Teatro Comunale (ahi), salvo qualche poco diffuso bùu, ha approvato con calore ed entusiasmo.
La Fura dels Baus, con la benedizione di Cesare Mazzonis che firma l'«impianto drammaturgico» (mannaggia, credevamo fosse di Wagner), ha trasferito l'azione in un mondo fantascientifico caricando i personaggi su ascensori o metalliche macchine tipo gru a carrello mosse a vista da servi di scena, mentre alle loro spalle rutilavano mondi astronomici o intrichi che davano l'illusione di spostarci fra cieli ed abissi. Operazione difficile, poiché questi marchingegni e queste suggestioni avevano la loro prima forza nello sbalordire, mentre oramai sono consuete e quasi scontate nei cartoni animati e in effetti speciali cinematografici accessibilissimi; tanto che finiva per lasciare maggiormente stupefatti la straordinaria eleganza delle composizioni acrobatiche che a tratti sostituiscono la scenografia, come un ingigantimento del lavoro fatto dai Momix. Comunque è un primo rispettabile schizzo d'un universo, che vedremo come si manifesta nelle altre tre «giornate», dove sarà arduo con questo linguaggio saper raccontare.
Già questo Rheingold è infatti sembrato lunghissimo. Ne era anche causa il pallore della compagnia di canto, tutti normali, nessuno vocalmente in grado di portarci in quel mondo di grandiosi eroi, e tutti imbragati dalle macchine, Juha Usitato, Ilya Bannik, John Dazak che è un dio del fuoco su triciclo a motore, Franz-Josef Kapellmann ed i bravi Sabina von Walther, Ulrich Ress e Mattgi Salminen. Lo stesso acclamato direttore, Zubin Mehta, perfetto in tutto, sembrava accontentarsi di una bella lettura equilibrata ed elegante, il che è davvero molto ma davvero non tutto.