Il kolossal di Tornatore apre la Mostra di Venezia

Erano 18 anni che un film italiano non inaugurava la rassegna del Lido.
Quest’anno tocca a <em>Baarìa</em>, commedia autobiografica e monumentale. Il
regista spiega: &quot;È una vicenda piena di eroi che si dipana sul corso
del mio paese&quot;

Roma - Era dal 1991, da Una storia semplice di Emidio Greco, che un film italiano non apriva la Mostra di Venezia. Diciotto anni, mica poco. Anche per questo Marco Müller, alla sua sesta edizione, ha voluto marcare la novità, assicurandosi per la serata d’inaugurazione del 2 settembre uno dei titoli più ambiti della stagione: Baarìa di Giuseppe Tornatore (il titolo allude al nome fenicio di Bagheria, città natale del cineasta). Non è stato facile, ma alla fine, dopo una serrata trattativa sviluppatasi nell’ultima settimana, il regista di Nuovo cinema Paradiso ha detto sì, d’intesa con la produttrice Medusa. A suo modo, un evento. Tornatore frequenta poco volentieri i festival, sin da quando Una pura formalità fu stroncato a Cannes. Solo nel 1995, accogliendo l’accorato invito di Pontecorvo, portò in gara al Lido L’uomo delle stelle, con Sergio Castellitto. E fu scelta felice, coronata da un Premio speciale della giuria.

Inutile, nel giorno dell’annuncio, provare a rintracciare il regista, ancora al lavoro sul missaggio definitivo del film, nelle sale il 25 settembre. Il suo pensiero è affidato a una dichiarazione scritta. Eccola: «Baarìa è un suono antico, una formula magica, una chiave. La sola in grado di aprire lo scrigno arrugginito in cui si nasconde il senso del mio film più personale. Una storia divertente e malinconica, di grandi amori e travolgenti utopie. Una leggenda affollata di eroi...». Prosegue: «Ma Baarìa è anche il nome di un paese siciliano dove la vita degli uomini si dipana lungo il corso principale. Poche centinaia di metri, tutto sommato. Ma percorrendole avanti e indietro per anni, puoi imparare ciò che il mondo intero non saprà mai insegnarti».

Prodotto da Medusa insieme a Tarak Ben Ammar, Baarìa si propone come un film monumentale, sia pure con toni da commedia italiana, in qualche misura autobiografico.

Il racconto parte dagli anni Trenta e arriva ai Sessanta; dentro, nello scorrere del tempo, i temi cari al regista: l’amore, la miseria, la guerra, la politica, l’amicizia, il tradimento. Alcune cifre per dare l’idea dell’impresa: 20mila comparse, 25 settimane di riprese, una troupe di 230 persone, 200 attori, un set (la cittadina è stata ricostruita, con scrupolo maniacale, a venti chilometri da Tunisi) grande tre volte quello di Gangs of New York. Per Tornatore, classe 1956, una sfida anche a partire dalla composizione del cast. Attorno ai due protagonisti Francesco Scianna e Margareth Madè si dispiega infatti una folla di interpreti in partecipazione speciale/amichevole: da Angela Molina a Lina Sastri, da Monica Bellucci a Laura Chiatti, da Michele Placido a Vincenzo Salemme, da Gabriele Lavia a Raoul Bova, e poi Luigi Lo Cascio, Ficarra & Picone, Giorgio Faletti, Enrico Lo Verso, Leo Gullotta, Beppe Fiorello, Luigi Maria Burruano, Donatella Finocchiaro, Marcello Mazzarella... Una sorta di all star movie.
Commenta Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa: «Un fatto importante, che ci fa piacere e inorgoglisce. Non capita tutti i giorni di aprire la Mostra di Venezia in un contesto di concorso. Credo di poter dire che il film, forse il nostro progetto più impegnativo a livello produttivo, sia molto bello». Ci si augura sia così, ovviamente. In ogni caso, Baarìa a Venezia segna un punto a vantaggio di Müller, tanto più nell’anno in cui la Mostra offre, con il rilancio di «Controcampo italiano», uno spazio in più al cinema nazionale, spesso snobbato a Cannes e Berlino. Si spiega così il forte pressing nei confronti di Tornatore, il quale forse avrebbe preferito una collocazione meno luccicante. D'altro canto, come si fa a rifiutare l’inaugurazione?

Intanto, il direttore e i suoi selezionatori macinano film su film. L’annata è avara, ma non mancano i titoli da arpionare: Tree of Life di Terrence Malick, The Informant di Steven Soderbergh, il remake de Il cattivo tenente by Werner Herzog. Mentre, sul fronte italiano, premono Il fuoco e la cenere di Citto Maselli, Il grande sogno di Placido, Lo spazio bianco di Francesca Comencini. Quest’ultimo sarebbe stato già invitato.