Konitz-Zambrini, stasera il grande jazz si sdoppia

Franco Fayenz

A Cusago, in viale De Gasperi 2, un appassionato svizzero della buona musica ha aperto un locale in una chiesa sconsacrata. Si chiama, forse allusivamente, Paradise Connection ed è, nell’opinione generale, molto bello. Questa sera vi approdano il sassofonista contralto Lee Konitz, autore-esecutore tra i maggiori della storia del jazz, e il pianista e compositore quarantenne Antonio Zambrini in un duo inedito. È accaduto che Konitz abbia avuto occasione di ascoltare il primo dei cinque cd del musicista milanese, Antonia, pubblicato da Splasc(h) nel 1998 (il quinto, intitolato semplicemente Musica, è appena uscito per Abeat) e gli sia piaciuto assai. Tutto qui. L’appuntamento al Paradise Connection è per le ore 22.
Scrivere anche poche righe su Konitz significa inevitabilmente cadere nell’ovvio e nel risaputo, ma non possiamo esimerci. Nativo di Chicago, compirà 78 anni il prossimo 10 ottobre, ma suona ancora benissimo e non ha alcuna intenzione di demordere. È al centro della ribalta dalla metà degli anni Quaranta, quindi da 60 anni, da quando cioè conobbe Lennie Tristano e ne divenne l’allievo prediletto, adottando per consiglio del maestro una sonorità sottile e vellutata che subito gli valsero la qualifica di fondatore del «coolbop» per il sax alto.
Collaborò nel periodo giovanile, uno dei più fecondi, con Lennie Tristano in brani storici, con l’orchestra di Claude Tornhill dove incontrò Gerry Mulligan, con Miles Davis e con l’orchestra di Stan Kenton, con la quale suonò a Milano nel settembre 1953 in quattro memorabili concerti. Con alcuni di questi musicisti Konitz tornò a lavorare in varie riprese, ma poi preferì fondare complessi propri mentre la sua sonorità strumentale si irrobustiva, seguendo le vicende del jazz degli anni Cinquanta e Sessanta. Infine si trasformò in un inguaribile giramondo, capitando spesso anche da solo nei luoghi più inattesi e suonando con giovani musicisti trovati sul posto, ai quali non pareva vero - malgrado l’enorme emozione - di presentarsi in pubblico a fianco di tanto nome.
Antonio Zambrini, uno dei nostri migliori musicisti anche in campo europeo, è nello stesso tempo un campione dell’understatement, del proporsi in modo sommesso al punto talvolta di danneggiarsi un poco. Un suo celebre collega, Enrico Rava, ha notato la rarità del personaggio, dicendo che Antonio non ha nessuna di quelle caratteristiche che facilitano il successo, «tipo il presenzialismo, la capacità imprenditoriale o il fiuto per le mode. Antonio è un vero artista, concentrato sulla sua musica, schivo, di poche parole ma dotato di grande ricchezza interiore. E la sua musica è come lui». Per conto nostro vogliamo sottolineare, come altre volte, i suggerimenti per allusioni dei suoni di Zambrini e il loro modernissimo senso di inconclusione.
Zambrini sarà capace di suonare «ad armi pari» con Konitz, sebbene il virtuoso di Chicago improvvisi sempre tutto, si basi sui temi standard o addirittura li inventi al momento. Vicino a lui, un compositore potrebbe trovarsi talvolta in difficoltà, ma non Zambrini.