Kosovo, tutto il potere in mano alle mafie

L’attività principe è il contrabbando, gestito da gruppi familiari vicini ai politici più influenti e popolari

da Pristina

«Il Kosovo è un’isola della Tortuga in mezzo all’Europa. Una specie di Stato canaglia che opera con il tacito avallo della comunità internazionale», ammette sconsolato un esperto economico italiano che lavora a Pristina. Traffici illeciti, corruzione, riciclaggio di denaro sporco sono endemici nella repubblica ribelle del Kosovo. Un nuovo Stato, il numero 48 in Europa, che fino a oggi ha funzionato secondo le regole dei grandi clan della maggioranza albanese. «L’indipendenza non cambierà di molto la situazione. Le frontiere con l’Albania, il Montenegro e la Macedonia rimarranno porose come prima», fa notare una fonte del Giornale da anni impegnata ad arginare corruzione e traffici illeciti nella zona di Pristina. «Solo chi si era alleato con la criminalità organizzata serba avrà qualche problema a gestire i traffici», spiega la fonte.
I clan si spartiscono gli affari illeciti più grossi, come il traffico di armi e della droga che arriva dall’Afghanistan, via Turchia. Un altro filone criminale è quello dei clandestini e delle prostitute provenienti dall’Est. Ogni banda si struttura sulla base dell’appartenenza a un clan e si integra con qualche esponente politico. Quest’ultimo, giunto al potere, chiude un occhio.
Il contrabbando delle sigarette è praticamente alla luce del sole: le bionde sono in vendita a ogni angolo di strada. Negli ultimi tempi le stecche, contraffatte, sono ordinate direttamente in Cina. Le dogane kosovare non sono mai state un problema e far arrivare le sigarette in Europa nemmeno. Un camion con rimorchio riesce a trasportare 4 tonnellate di sigarette di marca, ma false. Il carico vale 2 milioni di euro. Con le sigarette, si dice a Pristina, ha conquistato la sicurezza economica il clan del primo ministro kosovaro Hashim Thaci. Ex comandante dell’Uck della regione centro settentrionale guida il Partito democratico. Domenica ha proclamato l’indipendenza.
Per le armi e la droga l’intelligence segnala alleanze fra i kosovari e la criminalità organizzata pugliese, la Sacra corona unita. I carichi passano per il Kosovo occidentale, al confine con l’Albania, dove opera il contingente italiano della missione Nato. Da quelle parti comanda il clan di Ramush Haradinay. Attualmente è dietro le sbarre all’Aia. Lo accusano di crimini di guerra contro i serbi, ma in patria è venerato come un eroe. Ex primo ministro, ha fondato l’Alleanza per il futuro del Kosovo. In questi giorni campeggiano nelle vie principali di Pristina giganteschi manifesti con il faccione da bravo ragazzo di Ramush, incorniciato da un paio di occhialini. Lo slogan è eloquente: «Abbiamo bisogno di te, adesso».
Un altro pezzo grosso è Ekrem Lluka, imprenditore miliardario di Pec, dove si trova la base italiana. Nel giardino di casa gli hanno trovato una cassa con una quarantina di kalashnikov. All’Uck, il disciolto esercito guerrigliero di liberazione del Kosovo, regalò le uniformi mimetiche dell’ex Germania est. Attraverso la Elkos controlla gran parte dei trasporti di merci in Kosovo. Il colpo gobbo l’ha fatto con Ipco, il secondo gestore di telefonini aggiudicato a prezzo stracciato e con una gara più che dubbia. «Il problema principale è la corruzione», ha ammesso candidamente lo stesso premier Thaci. Inchieste sono state aperte sull’azienda pubblica Ptk, poste e telecomunicazioni, che gestisce anche Vala, la principale rete di telefonia mobile. Nel mirino degli investigatori dell’Onu c’è anche la gestione dell’aeroporto di Pristina e la Kek, la società che controlla la produzione di energia elettrica. «Guarda caso dal giorno precedente l’indipendenza non si sono più verificati i quotidiani black out di corrente» fa notare uno degli investigatori internazionali.
La capitale del Kosovo è un fiorire di cantieri grazie a un boom edilizio senza regole. Soldi, leciti e no, vengono investiti anche nelle pompe di benzina e negli autolavaggi spuntati come funghi. Per non parlare dei megacentri commerciali, ribattezzati «fake city», dove si vendono Armani, Nike e altre marchi abilmente contraffatti. Alcuni imprenditori italiani presenti in Kosovo, invece, si sono specializzati nella «frode carosello». Un complicato sistema di fatturazione che permette di evadere l’Iva e crearsi una provvista in nero. Il sistema va per la maggiore. Per automobili, argento, e perfino bestiame.