Kostner e quella danza da cubista

Capelli sciolti come non può fare in gara, quando è entrata nello stadio ha urlato: «Dov’è la mia squadra?». Risposta corale: «Siamo qui!»

Paolo Marchi

nostro inviato a Torino

Il sorriso dipinto sul volto di Carolina Kostner quando entra nello stadio Olimpico è contagioso, sembra illuminare da solo la notte torinese. La gardenese regge il tricolore con la mano destra e con la sinistra saluta il pubblico nel parterre, sugli spalti e a casa davanti agli schermi della televisione. Il copione prevede come colonna sonora «Siamo figli delle stelle» e Carolina è radiosa come una supernova. Se la sua scelta come portabandiera era stata criticata da diversi, anche tra chi è ai Giochi come azzurro in gara - perché a 19 anni (compiuti mercoledì scorso) non ha vinto ancora molto, un bronzo ai mondiali e uno agli europei per il pattinaggio artistico - a vederla dal vivo polemiche e gelosie vengono spazzate. Vince per il sorriso e per la disinvoltura con cui saluta e sventola il tricolore, ha i capelli sciolti e questo prende un po’ tutti in contropiede perché noi spettatori siamo soliti abbinare ai campioni la cartolina di loro in azione,i capelli raccolti dietro la nuca. Sembra in alcuni momenti la Audrey Hepburn di Sabrina, una stregante faccia acqua e sapone, con quello scudetto tricolore con cinque cerchi timbrato sulla guancia sinistra.
Poi, percorsi i primi metri, ha preso ben salda l’asta tra le mani e ha continuato a procedere felice, sembrava avere un sorriso per ogni persona. Davanti al presidente Ciampi un agitare più ampio e lui che si alza e saluta e lei che continua, come fosse animata da una carica inesauribile. In fondo l’avevano scelta perché incarnasse la gioventù sportiva italiana e il solo dubbio era legato al carattere a volte riservato dei valligiani, lei ladina della Val Gardena. Nulla di tutto questo, è il ritratto dell’allegria.
E tale è stata fin dal mattino, quando alla palazzina che al villaggio ospita la delegazione italiana tutti la cercavano, anche uno svizzero sconosciuto (non a lei, però) che la salutava in tedesco con un complimento che tradotto suona come un «sei molto chic». E, dalle 19, l’attesa di tutti, non solo gli italiani, nel Pala Isozaki, il principale per il torneo di hockey. Chi mangiava un panino e lei a firmare autografi a più non posso, mai un segno di stanchezza: se non sei esuberante e radiosa a 19 anni, quando mai dopo?
Ultimi a entrare, gli azzurri hanno seguito più di tutti gli altri la cerimonia sullo schermo e quando la bambina intonava nel catino Olimpico l’inno di Mameli tutti dietro. Ecco, in quel frangente l’hanno visto emozionata, un attimo. E quando Carolina ha visto il Venezuela entrare nello stadio, si è voltata verso i compagni per urlare loro «Dov’è la mia squadra?». Corale la risposta: «Siamo quiiiii». E via verso il tunnel saltellando spensierata. Poi la sfilata e l’ultimo gesto di allegria una volta raggiunto il posto sulle panche, pochi subiti seduti, i più in piedi e lei di più: in piedi sull’asse a ballare al ritmo di Gloria con i movimenti di una cubista. Splendida.
E oggi in auto alla volta di Oberstdorf per tornare ad allenarsi. Alla sua gara manca ben più di una settimana.