Krasic punito, tolto un figlio alla madre di tutte le partite

Milos Krasic, serbo del 1984, dall’estate scorsa alla Juve. La Corte di giustizia federale ha confermato la squalifica per la simulazione di Bologna. Salterà le partite con il Milan e il Cesena<br />

Non ce ne vogliano gli interi­sti, ma è Milan-Juventus la madre di tutte le partite. Quando altri veleggiavano tra quarti posti e zone Uefa, i rosso­bianco- neri dominavano per oltre un quarto di secolo il campionato italiano e (soprattutto il Milan) il pal­coscenico europeo. Squadre che hanno imposto modelli sociali ed estetici nel no­stro calcio, aldilà delle vittorie sul campo: la Ju­ve autarchica e settanta­settina del Trap, cui è se­guita quella lussureg­giante e dandy di Michel Platini; il Milan di Sacchi e degli olandesi che ha rappresentato la nascita del football contempora­neo, un’ipotesi tattica co­sì visionaria e avanti rispetto ai tem­pi da azzerare completamente qual­siasi altro metodo e sistema.

Ci sono stati poi il Milan cinico e chirurgico di Fabio Capello e il pressing asfis­siante della Juve di Lippi prima e se­conda edizione, la clamorosa rivin­cita di Carletto Ancelotti, bistrattato a Torino e trionfatore a Milano, fino all’impensabile approdo sulla pan­china bianconera proprio di Capel­lo, vincitore persino a Roma, capace di portarsi a casa altri due indiscuti­bili scudetti. Così come è indiscutibile l’identifi­cazione tra squadra e società, il Mi­lan berlusconian-gallianesco, la Ju­ve più Triade che Agnelli, forti sul tappeto verde, imbattibili dietro la scrivania. Diverse ma simili, al pun­to che il giornalista Paolo Rossi ebbe a coniare il fortunato neologismo «Milamentus», a suggellare un’ipo­tesi mai confermata, ma neppure ne­gata, di una «santa alleanza» rosso­bianco- nera contro tutti gli altri. A chiunque ne parli con disprezzo, gioverà ri­cordare che sono sempre loro, il Milan e la Juve, ad aver offerto l’ossatura al­la Nazionale azzurra e re­galato i giocatori simboli all’Italia intera, da Scirea a Baresi, da Cabrini a Mal­dini, da Tardelli a Pirlo, da Zoff a Buffon, da Nesta a Cannavaro, da Donadoni a Gattu­so, da Baggio a Del Piero…

E così sa­rà fintantoché verrà salvaguardata l’identità culturale del pallone dal scellerato tentativo di trasformare le nazionali in un ibrido di oriundi e mercenari. Milan-Juve resta la summa simbo­lica del calcio italiano, nonostante il quadriennio di vittorie interiste (il ti­tolo del 2006 non si conta, se vi è un limite alla decenza) e l’imposizione di una nuova frontiera globale, che magari rappresenterà il futuro di uno sport non più compreso nei pro­pri limiti geografici, con squadre senza più alcun legame territoriale, prive di radici, vincenti non perché forti ma perché ricche. Eppure ba­sterebbe contare quanti giocatori italiani scenderanno stasera in cam­po per rafforzare la convinzione che senza l’investimento ancora ideali­stico di queste due società, il nostro futuro sarebbe persino più cupo. Ma c’è ancora futuro per Milan e Juventus, quando parlando di loro il tempo verbale prevalente risulta il passato?

Riusciranno a riprendersi il ruolo centrale che hanno avuto fi­no al golpe giudiziario, con la simbo­lica appendice, nella primavera 2007, del Milan di Inzaghi vittorioso in Champions League, un trofeo che per i giudici non avrebbe dovu­to disputare, mentre la Juventus an­dava a conquistarsi ad Arezzo la pro­mozione in serie A, con gli stessi grandi campioni e uomini che l’an­no prima avevano battuto il Real Ma­drid? Hanno scelto metodi e strumenti diversi, Milan e Juve, per superare la crisi e interrompere il lunghissimo (per loro) digiuno di vittorie. I rosso­neri puntando ancora una volta sul­le stelle, seppure appannate, per­ché solo i giocatori di classe eccita­no la fantasia del pubblico e fanno scattare il processo di identificazio­ne tra noi e loro.

E’ il Milan sornione di Dinho, Ibra e Robinho, un trio dai numeri infiniti, in grado comunque di risolvere la partita o di metterla sui binari sbagliati, se la giornata non è buona. Ma poi il fosforo è sem­­pre Pirlo a mettercelo, e i muscoli so­no quelli di Ringhio Gattuso, e la si­curezza in difesa passa ancora dalle parti di Nesta o dalle manone di Ab­biati, veterani cui il nuovo mister Al­legri non si sente di rinunciare per­che i vari Antonini, Abate, lo stesso Pato, ovvero l’ipotesi futura, non of­frono le stesse sicurezze del passa­to. In casa Juve si respira un’aria stra­na e atipica: per la prima volta que­sta squadra non è condannata a vin­cere. Ci si acconterebbe di un onore­vole piazzamento, minimo quarto posto, a scopo rilancio definitivo da mettere in piedi per i prossimi anni, che in fondo giustifica la scelta non eclatante di Gigi Del Neri. Il buon Lu­cianone Moggi inorridirebbe, ché non si può mettere in discussione un destino predeterminato di mani­­festa superiorità, ma il passato è pas­sato e allora bisogna sapersi ridise­gnare attraverso qualità in cui (noi) juventini non abbiamo mai primeg­­giato, almeno in sede dirigenziale e padronale: umiltà e ridimensiona­mento. Senza ripetere gli errori de­gli ultimi anni, evitando la fretta in­somma, potremmo lasciar crescere Marchisio e Bonucci, Chiellini e De Ceglie, aspettare il ritorno di Buffon, confidare nell’anima fragile di Aqui­lani, persino rinunciare a Krasic ( nella foto ), accettandone la squalifi­ca beffarda inflitta a mero scopo di­mostrativo (alla Juve di oggi manca soprattutto il potere in Lega, e l’epi­sodio lo dimostra chiaramente).

E se proprio dovesse mettersi male, basterà una punizione di Del Piero, 278 gol e 36 primavere soltanto bian­conere, ovvero il passato che tiene in piedi il futuro. Vada come vada, Milan-Juve è an­cora una volta il clou del campiona­to e la notte di San Siro si accenderà, come sempre, sul rosso-bianco-ne­ro. Gli altri, per favore, si accomodi­no davanti alla tv.