Krumm, l’ultimo respiro di un poeta puro

È morto all’ospedale Sant’Anna di Como, dove era ricoverato da qualche giorno, il poeta Ermanno Krumm. Nato nel ’42 a Golasecca (Varese), viveva a Milano.

Nato nel ’42, aveva pubblicato il primo libro in età non giovanissima, a 45 anni. Ma non era un divertissement, quel Le cahier de Monique Charmay: un libro organico, di alta, trattenuta intensità drammatica. Ed Ermanno Krumm non era, certo, un autore naïf. Al contrario: nella sua scrittura precipitava un pensiero vasto, originale e strutturato. Aveva studiato a Milano e a Parigi, aveva partecipato ai seminari di Lacan, aveva conosciuto le arti figurative fino a saperne evidenziare i risvolti tecnici più sottili, aveva tradotto i poeti della rivista Tel quel. E se l’alta sensibilità alla lingua-madre segnala sempre un’insolita sensibilità alle cose della vita, il bilinguismo dell’italo-alsaziano Ermanno Krumm rappresentava, in un certo senso, un dono di natura che gli consentiva di leggere il mondo e le sue storie negli aspetti nascosti, sfumati, paradossali, perfino tetri. Dono che, forse, è stato messo alla prova nelle stagioni delle ideologie letterarie dominanti degli anni ’60-70. Ermanno le ha attraversate da protagonista, mantenendo un atteggiamento di curiosità e silenzio: è stato osservatore appassionato e rigoroso fino al disincanto critico. Forse per questo la sua lingua apparve, in quell’esordio tardivo, caratterizzata da una limpidezza assoluta, esente da retroterra culturali, inquinamenti ideologici.
Di fatto, Ermanno è stato un poeta puro, indipendente come pochi. Anzi: ogni sua raccolta guadagnava progressivamente in linearità, in nitore sintattico e, contemporaneamente, in forza rappresentativa. La competenza nella pittura e nelle pratiche analitiche, il suo inimitabile stile, lo avevano condotto a una visione della cose, a una filosofia dove la differenza tra alto e basso, tra tematiche grandi e povere, sembra abolirsi. E dove tutto si parifica in una semplicità, una nudità che non si capisce più se rasserenante o desolata. Ecco, dovessi trovare un filo conduttore alla poesia del poeta che ha scritto (di sé, del suo doppio letterario, di sé visto dall’esterno, chissà...) «così, tortuosamente, raggiungevo/ la mia generazione, la mia nascita tardiva», parlerei di una ricerca ostinata e frontale tesa a verbalizzare uno stato di vita elementare, un «essere al mondo» sempre più disperatamente naturale, sospeso tra la calma appacificante e l’inquietudine assoluta, la dolcezza e la devastazione totale. Poi, metterei l’accento su una lingua che gradualmente arriva a sfrondarsi, semplificarsi, si avvicina sempre di più all’afasia e lì, raggiunto una sorta di limite, somiglia in misura crescente ai ritmi preverbali del cuore, del respiro.
Non a caso, Respiro è il titolo del suo ultimo libro, uscito la settimana scorsa. Titolo «povero» come quello d’una sua raccolta del ’98 chiamata, forse a segnalare l’euforia privatissima, pudica di chi avverte d’aver raggiunto una cifra espressiva propria e inimitabile, Felicità. Non ne avremo altri, di quei titoli. E nemmeno altri versi. Ermanno, il poeta eslege da scuole, quello che a ogni libro ci regalava qualcosa di nuovo e di più alto, è morto ieri. Per chi ama la poesia, il dolore è alto. Per chi lo ha conosciuto, ancora più acuto.

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