Kryptos, la scultura in codice che sta facendo impazzire la Cia

Nell’89 un artista realizzò una scultura che contiene un messaggio segreto nel quartier generale dell’intelligence. Nessuno sa risolvere quell’enigma. Ora il mistero sarà protagonista di un libro di Dan Brown

Giuseppe de Bellis

A Langley, stanno per avere una crisi di nervi: riescono a decifrare i codici dei nemici, ma da 15 anni impazziscono per capire che cosa significhi il crittogramma impresso sulla statua di fronte alla loro caffetteria. Dal 1990 chiunque cerchi di decrittare «Kryptos», s’innervosisce e torna a casa. «Kryptos» è un pezzo di granito piazzato davanti all’ingresso del quartier generale dell’Agenzia. È pieno di lettere, è la scultura che nasconde qualcosa di misterioso. Mancano 98 lettere. Novantotto caratteri per sapere che cosa c’è dietro.
Questa storia comincia quando la Central Intelligence Agency affidò a Sanborn la costruzione di un’opera che rappresentasse il lavoro degli agenti. Jim ci mise quattro mesi: creò una scultura a forma di «S» e su tutta la superficie incise una serie di lettere. Ad aiutarlo c’erano un’ex spia e uno scrittore. Nacque «Kryptos». Nacque con quel nome perché Sanborn e i suoi collaboratori dietro quei caratteri nascosero un segreto. Lo dissero anche: «Quello che c’è scritto è un mistero. Riguarda qualcosa che è accaduto mentre ero a Langley a lavorare a una delle sedi della Cia nel mondo». Sanborn ha intascato i 250mila dollari della commessa ed è tornato qualche chilometro più a nord, nel suo studio di Washington a lavorare su altri progetti. Lo intervistano ciclicamente e lui ripete sempre la stessa cosa: «Lo scopriranno prima o poi che cosa c’è scritto». Lo ha detto anche alla Cnn qualche giorno fa, quando il caso di Kryptos è tornato a far discutere l’America. Perché questa faccenda sembra essere fatta apposta per dare a Dan Brown qualche altra decina di milioni di dollari ed euro. Allora lo scrittore del Codice da Vinci non ha aspettato. L’ha citato nel suo bestseller, e l’ha messo in copertina (nell’edizione americana). Adesso ne farà il punto fondamentale del suo prossimo lavoro, The Solomon Key. Brown lo ha annunciato qualche settimana fa con il risultato che adesso negli Stati Uniti il mistero di Kryptos è tornato al centro dell’attenzione generale. La Cia dedica un capitolo del tour virtuale sul suo sito internet alla scultura e alla sua storia. Nell’ultima settimana la pagina è stata visitata da 30mila persone contro le 500 che in media la consultano nel resto dell’anno.
L’intrigo appassiona mezza America. Gente come Elonka Dunin, top manager della Simotronics che vive con l’ossessione di Kryptos. È suo il sito internet più documentanto sull’enigma di Langley: «Abbiamo molte teorie sul significato della scultura. Le seguiamo tutte». Con lei lavorano alcuni dipendenti della Cia, anche loro stregati dall’opera di Sanborn.
Dal 1989 a oggi tre quarti delle lettere sono state comprese. Nel 1998, l’analista della Cia David Stein trovò la soluzione del 75% della superficie. Lo fece dopo 400 ore di studi, analisi, confronti. Tutto con una matita e un pezzo di carta. Quando lo disse ai vertici dell’intelligence, la scoperta non fu divulgata nella speranza che l’ultimo pezzettino sarebbe stato decifrato di lì a poco. Un anno più tardi un informatico della California, Jim Gillogly, diventò personaggio pubblico riuscendo a ottenere lo stesso risultato col suo Pentium II. Il problema è che un normale cittadino come Gillogly riuscirebbe a capire quello che c’è scritto, ma non il suo significato. Per poter sapere che cosa dice davvero Kryptos lo deve decrittare un agente della Cia: date, luoghi e fatti sono conosciuti solo a Langley. Il testo scoperto accenna a una sepoltura e dà le coordinate di un luogo: la latitudine e la longitudine (38 57 6.5 N, 77 8 44 W). Sanborn dice che si riferiscono alle «posizioni dell’Agenzia». E basta. Ci sono errori di grammatica e di ortografia. «Sono voluti per depistare». Nella prima sezione c’è una poesia, nella seconda quell’indicazione geografica legata a una sepoltura. La terza è una parte del diario dell’archeologo Howard Carter che descrive l’apertura della tomba di Tutankhamon. Mancano quei novantotto caratteri. Quelli che non ha neppure William Webster, l’ex direttore della Cia al quale un giorno Sanborn spedì una lettera con dentro la soluzione del codice. C’erano tre parti su quattro: «L’inganno è dappertutto».