Kubica salvo diventa un miracolo di Papa Wojtyla

L’incidente tra i casi per la beatificazione di Giovanni Paolo II. Il polacco: «Spero che diventi santo per altri motivi»

Il dieci giugno diventerà una data storica per la laicissima formula uno. Perché sempre più persone ritengono che in Canada, nel primo pomeriggio di una domenica qualsiasi, un evento che non si spiega avrebbe battezzato lo sport più cinico che vi sia: il miracolo che ha salvato Robert Kubica. Il lungagnone pilota di Cracovia, che corre con la dedica a papa Wojtyla scritta sul casco, è infatti uscito senza un graffio dal più brutto incidente degli ultimi venti anni di corse. Che si tratti di un miracolo ne sono convinti alcuni tifosi polacchi che, a quanto si dice a Varsavia, avrebbero scritto ad un monsignore loro connazionale, Oder Slawomir, postulatore, per conto del vicariato di Roma, della causa di beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. Nei lunghi processi di canonizzazione va individuato un miracolo più miracolo degli altri, e questo, nell'iter per la beatificazione di papa Wojtyla, è già stato scelto: riguarda il caso di una suora di Lione inspiegabilmente guarita da un male incurabile come il Parkinson. Questo non impedisce però al postulatore di ricevere altre segnalazioni. «Non ne sapevo nulla - sgrana gli occhi Kubica che ha ottenuto l'ok per correre il Gp di Francia - però mi auguro che il mio Papa diventi santo per cose più importanti di un incidente di corsa». Eppure c'è miracolo e miracolo. Il ragazzo, infatti, ancora non sa che l'intervento non spiegabile apparterrebbe addirittura a una categoria ancora più rara: quella dei miracoli tecnici. Perché se di guarigioni a volte si parla, di incomprensibili eventi tecnici si argomenta molto meno. Celebri alcuni casi: come quello di un gruppo di cinque alpinisti finito in un dirupo. Quattro morti e un solo sopravvissuto, per di più indenne. Per spiegare il suo caso furono chiamati degli istruttori alpinisti capaci di verificare se da quell'altezza e con quella dinamica lo sventurato avrebbe mai potuto salvarsi. E la risposta fu negativa. Però lo scalatore, cadendo, aveva invocato una beata a lui cara. Esperti agroalimentari vennero invece interpellati per far luce sul volontario che diede da mangiare un pugnetto di riso a 150 bisognosi, e più cucinava e più riso andava al dente e si cuoceva da solo. Oppure il caso del marinaio peruviano che, invocando un'altra beata, riuscì ad aprire, con sforzo giudicato dagli esperti assolutamente sovraumano, un portello a tenuta stagna del suo sommergibile inabissato.
Dunque, prima o poi, qualche tecnico o ingegnere di formula uno potrebbe essere chiamato dal Vaticano a spiegare se la cellula di protezione della Bmw di Kubica ha resistito perché era logico che resistesse oppure è accaduto qualcosa di inspiegabile. «E' fatta per proteggere i piloti durante impatti pari a 40 tonnellate: ma lo schianto è stato di ottanta - racconta Daniele Morelli, il manager del pilota polacco - Sapete quante capovolte ha fatto la monoposto di Robert? Una sola. In un simile incidente è qualcosa di incomprensibile». «Dite che la macchina è molto resistente? È vero, ma io so solo - interviene Kubica - che non mi sono fatto niente: eppure avevo le gambe che volavano da tutte le parti ed erano ormai fuori dall'abitacolo, eppure niente di niente. Non un solo graffio. Non so che cosa sia successo e perché io sia qui, vi dirò che comunque non mi dispiace. Però d'ora in poi avrò due compleanni: quello ufficiale e quello del 10 giugno, il giorno della mia nuova vita. E non mi importa se invecchierò a velocità doppia».